venerdì 10 giugno 2011

referendum voto 4 sì, se avete figli fate lo stesso

Dichiarazione di voto:
per tutti e 4 i referendum, acqua, nucleare, legittimo impedimento io voto 4 sì.
Se avete figli, se pensate di averli, se ritenete la Vita un valore unico da difendere, per il loro futuro, per le nuove e attuali generazioni votate sì.
Se desiderate la salute, la democrazia, il rispetto delle regole, se credete che non dobbiamo lasciare eredità troppo pesanti votate sì.
Giorgio Libralato Pontinia contro i progetti inquinanti

giovedì 9 giugno 2011

foto centrale nucleare Borgo sabotino












Fukushima addirittura fusi i reattori?

08/06/11 Fukushima: ancor peggio del meltdown. Fukushima possibile melt-through
« inserito:: 08 Giu 11, 08:39:14 »
08.06.11 Fonte: tratto da http://blogeko.iljournal.it
Ancor peggio del meltdown. Fukushima, il Governo ammette il possibile melt-through



Tre “melt-through“. Ancor peggio dei tre “melt-down” ammessi finora. Il meltdown si ha quando il combustibile nucleare, non più raffreddato, si fonde (“melt”) e precipita in fondo (“down”) ai reattori. In base a quanto scrive un giornale nipponico, nella relazione su Fukushima destinata all’Iaea (l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare), il Governo ora ammette la possibilità che il combustibile nucleare abbia anche fuso i reattori stessi (almeno in parte) e ne sia uscito. Il melt-through, appunto. Nel qual caso si troverebbe ora a diretto contato con l’ambiente. le notizie ufficiali sui primi giorni Fukushima stanno venendo fuori adesso, con prudentissima lentezza: dipingono un quadro più dettagliato e più fosco.

I contorni di questa catastrofe sfumano se si apprendere i fatti goccia a goccia, quando ormai si sono verificati da tempo. E di conseguenza, per non perdere le proporzioni degli eventi, parliamo di questo melt-through.

La fonte della notizia è il quotidiano giapponese Yomiuri. Secondo lo Yomiuri, il “melt-through” avviene quando il combustibile fuso esce dal Rpv (Reactor Pressure Vessel, il contenitore ermetico di acciaio ultrarobusto con dentro il combustibile nucleare) e si deposita in fondo al Cv (Containment Vessel, il bunker di cemento armato che alloggia il contenitore) ed è considerato peggiore del “melt-down”.

Fin qui la notizia. Detto in altre parole, ecco cosa significa. Il combustibile nucleare caldissimo e non più raffreddato ha formato un blob, una sorta di lava radioattiva e caldissima, in grado di fondere e inglobare ciò che trova sul suo camino.

Finora tutti avevano detto che c’era ancora una barriera rispetto all’ambiente esterno: l’acciaio del reattore, contro il quale il blob si era arrestato. Una barriera bucata e in grado di far passare la radioattività: ma non il combustibile nucleare.

Adesso viene ammessa la possibilità che il blob nucleare abbia fuso e inglobato l’acciaio del reattore e sia alle prese col cemento e con le fondazioni degli edifici.

Nel qual caso? Probabilmente andrà avanti a inglobare e fondere finchè non si diluirà e non perderà calore: spargendo ovviamente radioattività attorno a sè. Potrà avvelenare il sottosuolo ed eventualmente la falda sotterranea d’acqua, che a sua volta trasporterà la radioattività anche molto lontano.
« Ultima modifica: 08 Giu 11, 08:56:50 da Administrator »

referendum acqua, nucleare istruzioni per votare

QUANDO SI VOTA

Domenica 12 giugno dalle 8.00 alle 22.00 e Lunedì 13 giugno delle 7.00 alle 15.00



DOCUMENTI NECESSARI

Tessera elettorale e Carta di Identità



COME SI VOTA

per cancellare la norma: fare una CROCE sul SI

per mantenere la norma: fare una CROCE sul NO



VALIDITA’ REFERENDUM: COS’E’ IL QUORUM?

Il referendum sarà valido se partecipano alla votazione il 50% più uno degli aventi diritto al voto, ovvero se si raggiunge il cosiddetto quorum. Tra gli aventi diritto sono contemplati anche gli italiani residenti all’estero.



I QUATTRO QUESITI – VOTA 4 SI

n.1 – ACQUA PUBBLICA – SCHEDA ROSSA

Abrogazione dell’affidamento dei servizi pubblici ad operatori privati.

L’acqua è un bene primario non si può affidare al mercato. Se la gestione pubblica non funziona è meglio lavorare per renderla piu’ efficiente.

n.2 – ACQUA PUBBLICA – SCHEDA GIALLA

Abrogazione del calcolo della tariffa in base all’adeguata remunerazione del capitale investito.

n.3 NUCLEARE – SCHEDA GRIGIA

Abolizione delle nuove norme che consentono la produzione di energia nucleare.

Anche i paesi attorno a noi prima o poi smantelleranno le centrali nucleari. Meglio puntare su energie meno pericolose e costose.

n.4 – LEGITTIMO IMPEDIMENTO – SCHEDA VERDE

Abrogazione della norma che consente al Presidente del Consiglio e Ministri di non presentarsi ai processi a loro carico. Dobbiamo essere tutti uguali davanti alla legge. Chi governa deve essere processato prima degli altri in modo che i cittadini sappiano se è ladro o galantuomo.



TESSERA ELETTORALE SMARRITA

In caso di smarrimento la tessera elettorale può essere richiesta presso l’ufficio elettorale (di norma ubicato presso l’Ufficio Anagrafe) del proprio comune. L’Ufficio elettorale sarà aperto per legge negli stessi orari e date dei referendum. Viene rilasciata in pochi minuti, inoltre NON serve fare la denuncia di smarrimento della vecchia tessera.



ALCUNE IDEE PER AUMENTARE I VOTANTI

1. Metti subito un CARTELLO NELLA TUA AUTO bene in vista invitando la gente al voto.

2. Sabato mattina manda un SMS a tutti i contatti della tua rubrica.

3. Manda subito un’EMAIL a tutti i tuoi contatti di posta elettronica.

4. Scrivi a tutti i tuoi amici su FACEBOOK e invitali a votare.

5. TELEFONA a chi potrebbe astenersi dal voto invitandolo a fare il proprio dovere.

6. Chiama i NONNI o i parenti anziani offrendo loro un passaggio per portarli ai seggi.

7. Invita tutti a votare e poniti l’obiettivo minimo di CONVINCERE ALMENO CINQUE PERSONE a recarsi alle urne.

8. Invita i favorevoli incalliti al nucleare e privatizzazione dell’acqua a votare NO (serviranno per alzare il quorum).

9. Stampa i VOLANTINI presenti nei siti per i referendum e distribuiscili tra i tuoi vicini di casa.

10. Fissa l’appuntamento con i tuoi amici per la PARTENZA AL MARE, alle ore 8.00 di domenica 12 giugno, davanti la tua sezione elettorale.

11. Lunedì 13 giugno al posto della pausa pranzo scrivi e chiama chi ancora potrebbe non aver votato.

12. Lunedi’ mattina chiedi a chi ti sta attorno se ha votato, in caso contrario mandalo a… votare.

mercoledì 8 giugno 2011

centrali a biomasse, energia, il GSE è stato tutto oliato

Se ci dobbiamo affidare alla responsabilità degli enti pubblici, delle
istituzioni in materia di sicurezza degli impianti, sulla eventuale
nocività, sull'adeguamento degli impianti, sulla compatibilità degli
stessi, sulla convenienza economica possiamo stare tranquilli. Tutto
liscio come l'olio:

La pratica sarebbe stata infatti “sbloccata positivamente“ (vale a
dire che erano stati mantenuti gli incentivi economici di cui era
stata in precedenza chiesta la restituzione) grazie all’intervento di
Franco Centili, all’epoca dei fatti funzionario del Gestore Servizi
Energetici, e, dopo il pensionamento, consulente esterno del Gestore
pubblico, in stretto contatto con Nicola Ostellino, consulente in
materia energetica, soggetto molto influente che nel corso di una
conversazione afferma chiaramente di avere “tutto il G.S.E.
lubrificato”.
Giorgio Libralato

Centrale biomasse Pavia, arrestato il patron
di Riso Scotti. Altri tre in carcere Clamorosa retata contro le truffe
sull’energia prodotta da fonti falsamente rinnovabili. Questa mattina
il Corpo Forestale dello Stato e la Direzione Centrale Anticrimine
della Polizia di Stato hanno arrestato, e condotto in carcere, Franco
Centili, funzionario del Gestore dei Servizi Energetici – G.S.E. di
Roma e notificato gli arresti domiciliari ad Angelo Dario Scotti, Vice
Presidente del CdA di Riso Scotti Energia, nonché Presidente del CdA e
Amministratore delegato di Riso Scotti S.p.A, Andrea Raffaelli,
funzionario del G.S.E. di Roma; Elio Nicola Ostellino, ex consulente
esterno di Assoelettrica e Nicola Farina, commercialista di fiducia
del Gruppo Scotti con studio a Milano. Le accuse: traffico illecito di
rifiuti, truffa ai danni di ente pubblico, frode in pubbliche
forniture e corruzione.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal Gip di Milano,
Stefania Donadeo, che ha accolto le richieste del pm Ilda Boccassini
controfirmate dal Procuratore capo del capoluogo lombardo, Edmondo
Bruti Liberati. Si tratta del nuovo filone di una lunga indagine
condotta dal Corpo Forestale dello Stato sull’impianto di
coincenerimento di Pavia della Riso Scotti Energia, autorizzato
inizialmente per l’impiego esclusivo di lolla di riso e altre
biomasse, e successivamente – con provvedimenti autorizzativi della
Provincia e della Regione di dubbia legittimità – anche
all’incenerimento di variegate tipologie di rifiuti, erano stati
conferiti per l’incenerimento ingenti quantitativi di rifiuti – anche
pericolosi – non conformi alle autorizzazioni sia per tipologia che
per la presenza di inquinanti in misura superiore ai valori limite
fissati dalle normative di settore.

In tal modo Riso Scotti Energia aveva ceduto al Gestore dei Servizi
Energetici – società interamente posseduta dal ministero dell’Economia
– usufruendo di pubbliche sovvenzioni e quindi ad un prezzo superiore
a quello di mercato, energia elettrica falsamente qualificata come
derivante da fonti rinnovabili = biomasse, ricavando indebiti profitti
pari ad almeno 28 milioni di euro. Nel mese di novembre 2010, in
relazione alle accertate violazioni legge, l’Autorità Giudiziaria
aveva già disposto gli arresti domiciliari per 7 indagati e il
sequestro preventivo dell’impianto di coincenerimento del gruppo
Scotti.

Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari partivano nuove
intercettazioni telefoniche, sia per riscontrare le ipotesi di truffa
aggravata e di frode in pubbliche forniture, già contestate (che
vedevano l’ente pubblico Gestore Servizi Energetici come persona
offesa) sia per raccogliere nuovi elementi di eventuali corruzioni
riconducibili a Riso Scotti Energia nei confronti di funzionari del
G.S.E. per ottenere il mantenimento degli incentivi economici.
Incentivi che a seguito di una verifica ispettiva erano stati sospesi,
tanto che era stata formalmente richiesta alla Riso Scotti Energia la
restituzione di 7 milioni di euro.

Dalle intercettazioni è emerso sin da subito il tentativo di Riso
Scotti Energia, avallato e sostenuto dalla proprietà, di risolvere in
modo favorevole il contenzioso maturato con il Gestore Servizi
Energetici attraverso l’intervento di persone amiche, dipendenti e/o
collaboratori della Pubblica Amministrazione, in grado di modificare
e/o annullare le decisioni sfavorevoli assunte dalla società pubblica
che dopo l’esplosione dell’inchiesta avevano bloccato la
corresponsione dei contributi.

La pratica sarebbe stata infatti “sbloccata positivamente“ (vale a
dire che erano stati mantenuti gli incentivi economici di cui era
stata in precedenza chiesta la restituzione) grazie all’intervento di
Franco Centili, all’epoca dei fatti funzionario del Gestore Servizi
Energetici, e, dopo il pensionamento, consulente esterno del Gestore
pubblico, in stretto contatto con Nicola Ostellino, consulente in
materia energetica, soggetto molto influente che nel corso di una
conversazione afferma chiaramente di avere “tutto il G.S.E.
lubrificato”.

Le circostanze emerse dalle indagini sono state confermate dagli
interrogatori degli indagati Giorgio Radice e Giorgio Francescone,
rispettivamente presidente del Cda e direttore tecnico di Riso Scotti
Energia.

Radice ha ammesso di avere pagato, per risolvere il contenzioso con il
G.S.E., consistenti somme di denaro in contante a favore di funzionari
del G.S.E., con il pieno avallo e sostegno del proprietario di RSE
Angelo Dario Scotti, e in particolare di avere pagato complessivamente
115.000 euro (100.000 a Franco Centili e 15.000 a Andrea Raffaelli),
aggiungendo che al momento del suo arresto restava da pagare a Centili
l’ultima tranche di 15.000 euro.

Ha poi confermato di essersi rivolto anche a Nicola Ostellino per
farsi assistere nel contenzioso, senza avere versato a quest’ultimo,
in modo diretto, somme di denaro. Anche Francescone ha confermato il
pagamento di tangenti a Centili, aggiungendo che l’esborso di denaro è
stato giustificato attraverso il pagamento di una fattura a favore di
una società “off shore” per una consulenza in materia energetica.

Al fine di monetizzare la somma necessaria il commercialista di
fiducia del Gruppo Scotti Nicola Farina aveva pianificato una
operazione meramente finanziaria, individuando in una società
statunitense il soggetto a cui la società Riso Scotti Energia avrebbe
apparentemente commissionato una fittizia consulenza per un progetto
di realizzazione di un impianto termoelettrico per un corrispettivo di
circa 140 mila euro. Alla fine dell’operazione, la Scotti Energia
riotteneva la somma in contanti, al netto delle provvigioni trattenute
dalla Società compiacente, e poteva provvedere ai pagamenti in nero.

di Andrea Di Stefano

LEGGI L’INCHIESTA PUBBLICATA SUL FATTO IL 19 NOVEMBRE 2010
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/inceneritore-pavia-arrestato-il-patron-di-riso-scotti-e-tre-funzionari-pubblici/116421/

Pontinia, Mesa la rotatoria e gli affari di Maria Calzetta

leggendo la nota inviata dall'Anas U.O. Amministrativa Service e
Patrimonio – pratica RM 21684, prot. CRM-37528-P del 28/12/2010
indirizzata al Comune di Pontinia, avente per oggetto “realizzazione
di una rotatoria sulla SS 7 via Appia al KM 86+330 – comune di
Pontinia (LT) loc. Mesa, a servizio dell'ennesimo progetto
incompatibile con il territorio (l'economia, il commercio,
l'agricoltura, la vita sociale, lo sviluppo corretto e armonico),
quello del centro commerciale di Mesa, sembrerebbe di essere di
fronte, anche, all'ennesimo “la comunità paga e il privato ci
guadagna”. E' vero che il consiglio di Stato ha sentenziato che è
facoltà del comune approvare un dissesto che si riveli inesistente per
ripetuti errori (di metodo o di calcolo), però le imposizioni al
comune di Pontinia, dettate dall'Anas mi sembrano un po' troppo. Solo
per agevolare un'azienda privata. Se proprio ci deve essere un impegno
del comune (visto che Provincia e Regione che dovrebbero essere gli
enti competenti) allora diamo la priorità alla sicurezza e alla
realizzazione delle rotatorie a Borgo Pasubio e a Casal Traiano, senza
attendere l'ennesimo grave incidente. Difatti leggendo la nota di cui
sopra dell'Anas, per assecondare il progetto di un'azienda privata, il
comune di Pontinia (quindi noi cittadini contribuenti) dobbiamo,
anziché dare la priorità a interventi necessari e urgenti (oltre alla
sicurezza stradale, la costruzione di case per le famiglie, la
sostituzione di impianti costosi e con grande dispersione, impianti di
illuminazione pubblica a Led, impianti fotovoltaici negli edifici
pubblici), deve:
chiedere a sue spese tutte le autorizzazioni (compresi progetti e
relativi oneri);
realizzare l'intervento, compresa la segnaletica stradale;
realizzare tutte le opere di modifica idraulica;
la manutenzione delle opere;
l'osservanza di tutti gli obblighi di legge per qualsiasi opera;
la responsabilità per le opere è in capo al comune;
pagare eventuali danni alle opere di proprietà dell'Anas;
effettuare il pagamento del deposito cauzionale di € 250.000,00.

Dalle note non si evince nemmeno che la sede stradale dovrà essere con
asfalto drenante per evitare incidenti e il fenomeno dell'acqua
planning.
Insomma i cittadini di Pontinia si beccano l'inquinamento (degli
automezzi sia di emissioni cancerogeni che di rumore, aumento del
traffico con conseguente difficoltà per i normali spostamenti) e pure
le spese, gli oneri e i pericoli solo per favorire l'ennesimo progetto
inutile e dannoso.
Se stanno così le cose non sembra un affare per il comune di Pontinia
e i suoi contribuenti.
Pontinia 7 giugno 2011 Ecologia e territorio Giorgio Libralato

Mesa, la rotatoria del comune per il megastore, l'Anas impone



martedì 7 giugno 2011

centrale a biomasse, altro arresto

La centrale a biomasse di Bando d'Argenta, entrata in funzione nel 2003, veniva presa ad esempio tanto che qualche genio aveva pensato di riproporre questo impianto malsano anche a Pontinia. Difatti veniva chiusa tra il 5 dicembre 2006, questa la NOTIZIA BATTUTA DALL’ANSA ORE 11.07:

Chiusa centrale elettrica a Ferrara, Indagati vertici società di gestione

La centrale elettrica -ufficialmente funzionante a biomasse- di Bando d’Argenta, nel Ferrarese, è stata sequestrata dal Noe dei carabinieri di Bologna al termine di accertamenti che avrebbero evidenziato macroscopiche irregolarità nella gestione dell’impianto. Nel mirino, soprattutto, la natura delle biomasse utilizzate. Indagati i vertici della società di gestione dell’impianto e i responsabili tecnici della gestione della centrale.

Seguiranno il processo e la conferma delle posizioni irregolari e dei reati commessi.

Poi sarà la volta di altre inchieste, altri arresti, altre centrali a biomasse.
Qualche buontempone ne aveva fatto dei servizi come solo un addetto stampa ben pagato sa fare.
Ci penserà uno dei progettisti a svelare in un convegno della confindustria a svelare l'arcano. La filiera corta non esiste. Non c'è nessun vantaggio nè per gli agricoltori locali nè per l'azienda a utilizzare biomasse del posto. Conviene prenderle dal Sud America.
Seguiranno altre indagini, altri arresti come per il pellet radioattivo proveniente da Chernobyl. Chissà come mai era così conveniente e costava così poco.
Poi la deforestazione (dall'Africa e dall'Asia, oltre che dal Sud America svelato dagli stessi progettisti) illegale.
Illegale che alla luce del sole, senza che nessuno avesse alcunchè da dire, una delle centrali a biomasse proposta a Pontinia prevedeva addirittura l'uso dell'olio di palma (sempre proveniente dalla deforestazione illegale).

Che strano nessuno avrebbe mai pensato che al posto delle biomasse bruciavano vari tipi di rifiuti....
Quei geni della provincia di Latina vogliono promuovere altre centrali a biomasse, dopo le 4 già approvate ben oltre la capacità dichiarata compatibile nel loro piano energetico provinciale.
E per 3 di queste centrali non è previsto nessun posto di lavoro.
Ma vengono pagati per queste genialità o gli vengono gratis?
Pontinia Ecologia e Territorio 7 giugno 2011 Giorgio Libralato

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-29141be9-68f6-4a35-8798-02a12ca8e117.html
TRAFFICO ILLECITO RIFIUTI, In manette anche tre funzionari pubblici del Gse (Gestore servizi energetici).
. La Guardia forestale e la Dia, su ordine della procura di Milano, hanno dato il via questa mattina a un blitz che ha fatto scattare le manette ai polsi anche a tre funzionari del Gse (Gestore servizi energetici), la società pubblica che ha il compito di gestire gli incentivi per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili.


l'acqua privata di Latina, esempio negativo

L’ACQUA PRIVATA DI LATINA- In provincia cittadini contro la gestione partecipata “Tariffe esose e pochi investimenti, paghiamo solo il giusto” di Caterina Perniconi
“La mattina, approfittando del fatto che nonsiamo a casa, vengono delle persone di Acqualatina, con i vigilantes armati al seguito, aprono i contatori e mettono i riduttori di flusso idrico”.
L’ultimo caso, ad Aprilia, è avvenuto ieri. Lo racconta il Comitato per l’acqua pubblica comunale, che dal 2005 non paga l’erogazione del bene primario alla società partecipata, ma solo una cifra che ritiene “giusta” al Comune .
POICHÉ NELLA provincia dell’Agro Pontino c’è un lungo contenzioso aperto tra l’azienda a cui è stata affidata la gestione dell’acqua e una serie di comuni del territorio. Tutto comincia nell’agosto del 2002, quando viene sottoscritto il contratto di servizio tra i comuni e i gestori, coordinato dalla provincia. Il 49% di Acqualatina va alla società Idrolatina srl, il cui socio di maggioranza è la multinazionale Veolia.
Il restante 51% è in mano alla conferenza dei sindaci dei 35 comuni coinvolti. La Provincia di Latina dovrebbe essere il controllore di tutta l’operazione. Ma è anche capitato che il primo presidente di Acqualatina, Paride Martella, fosse in quel momento presidente della Provincia in quota Udc. Quindi controllore e controllato. Nel 2004 gli succede Claudio Fazzone, nel Consiglio d’amministrazione dal 2002, in quel momento anche senatore in quota Pdl e coordinatore provinciale del partito. E nel Cda c’è stato anche Armando Cusani, attuale presidente della Provincia.
É CHIARO che tutti questi movimenti politici hanno contribuito a creare sospetto nei cittadini sulla gestione dell’azienda partecipata.
Quindi quando è arrivato il turno di Aprilia, a luglio del 2004, gli utenti avevano già le antenne dritte. E quasi un anno dopo, a maggio del 2005, quando sono state ricevute le prime bollette, “stentammo a credere ai nostri occhi”, racconta Alberto De Monaco, animatore del Comitato per l’acqua pubblica. “Gli aumenti andavano dal 50 al 300% a fattura, non ci potevamo credere.
Per questo abbiamo chiesto di vedere il contratto e abbiamo scoperto che non era stato ratificato dal Consiglio comunale”.
Da quel momento è cominciata una lunga battaglia legale, che non è ancora terminata, in cui la Provincia si è schierata a fianco della società e contro Aprilia. Tra il 2006 e il 2007 il Comune fa una serie di delibere per non ratificare il contratto, ma il Tar le annulla.
Solo nel 2009 il Consiglio di Stato dirà che la protesta dei cittadini è legittima perché liberi di difendere gli interessi comunali.
Controllando gli indici di comparazione tariffaria diffusi dalla Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, si scopre che quello del Lazio Meridionale è pari all’1,20 contro altre province in cui risulta anche molto più alto (Marche nord 1,77, Toscana Costa 1,84, ecc.).
“Noi non stiamo dicendo che paghiamo più che nel resto Italia – spiega De Monaco – ma che rispetto alle nostre tariffe precedenti è un aumento insostenibile per molti cittadini di Aprilia già vessati dalla crisi. Le nostre tabelle dimostrano che l’aumento per una famiglia di tre persone è stato inizialmente del 136% e negli anni successivi di un altro 40%.
Noi voteremo sì ai referendum perché l’acqua resti pubblica e i privati smettano di fare affari sulla nostra pelle”.
La società Acqualatina risponde che in alcuni comuni ci può essere stato un aumento “a causa dell’adeguamento delle tariffe ad una unica per tutti i comuni coinvolti ”. A Latina, spiega una nota, “la tariffa risulta inferiore sia per l’uso domestico per prima abitazione (con un risparmio di 30 euro annui) che, ancor più, per l’uso domestico nella fascia tariffaria agevolata (con un risparmio di ben 105 euro annui ) ”. Ma quello che i cittadini contestano è che ad Aprilia, per esempio, i costi fissi per l’erogazione sono passati da 3 euro l’anno a 55. “Un confronto con la tariffa applicata dai precedenti gestori è difficile e fuorviante – spiega l’azienda – poiché la tariffa precedente non veniva applicata secondo un’articolazione tariffaria paragonabile a quella attuale, il che rende il confronto quanto mai inapplicabile”.
PER QUANTOriguarda gli investimenti “dal 2003 ad oggi – continua la nota – Acqualatina ha investito oltre 100 milioni di euro per la manutenzione, l’efficientamento e l’ammodernamento delle reti e degli impianti in gestione, seppure la Conferenza dei sindaci abbia più volte dovuto ridimensionare l’ammonta - re di euro che il gestore è tenuto ad investire negli anni a causa dell’alto tasso di morosità, gran parte del quale relativo alle utenze del Comune di Aprilia”. Gli investimenti che Acqualatina avrebbe dovuto fare per contratto erano infatti pari a 146 milioni entro il 2008. Ma la cifra è ancora lontana, nonostante siano passati ormai 3 anni.
Il Fatto Quotidiano 7 giugno 2011
Acqua, in borsa il tesoro vale 300 milioni di euro per i sindaci La partita di giro dei gestori idrici a Piazza Affari: molti amministratori locali hanno bisogno di assicurarsi dividendi e poltrone Oltre 300 milioni di euro. È questa la cifra che, alla vigilia del referendum, le utilities quotate in Borsa con attività nell’acqua distribuiscono ai loro soci sotto forma di dividendi. Naturalmente dopo aver pagato 8,6 milioni di compensi ad amministratori e sindaci. Le municipalizzate quotate a Piazza Affari che oltre all’acqua gestiscono servizi di energia l’anno scorso hanno realizzato utili per complessivi 443 milioni e dichiarato investimenti per 1,4 miliardi. La più generosa è Iren. Terzo operatore italiano dei servizi idrici integrati nato nel 2010 dalla fusione tra Iride (a sua volta frutto delle nozze tra Aem Torino e Amga Genova) ed Enia (Agac Reggio Emilia e Amps Parma e Tesa Piacenza), l’azienda, che vanta tra i soci i comuni di Torino, Genova, Parma e Reggio Emilia, oltre a un folto gruppo di piccoli comuni delle province di Reggio, Parma e Piacenza, ha guadagnato 178 milioni, un centinaio dei quali torneranno agli azionisti.

Nel dettaglio nelle casse degli enti pubblici andranno complessivamente 52,6 milioni, ben 30 dei quali ai comuni di Torino e Genova. Il resto è per Intesa San Paolo (3 milioni) e la Fondazione Crt (2,5 milioni) di Fabrizio Palenzona. Per Iride, che tra i partner più rilevanti conta il fondo F2I di Vito Gamberale, suo socio in Mediterranea delle Acque e che dà lavoro a 4.572 persone, il business dell’acqua è però solo una piccola fetta del totale, pari a circa un quinto dei margini.

Decisamente più importante è invece per la romana Acea, 6.700 dipendenti e già campo di battaglia tra il comune di Roma, i francesi di Gdf e il costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone. Quest’ultimo infatti è molto interessato proprio all’oro blu e non è disposto a cedere ai francesi, che pure in Italia hanno diverse alleanze con enti pubblici per la gestione del servizio idrico. Il punto è che il business dell’acqua fa gola ai privati perchè nei prossimi trent’anni servono 64 miliardi di investimenti, 14 per cento dei quali dovrebbe arrivare dalle casse pubbliche. Di qui l’interesse per Acea, che gestisce il servizio idrico negli ambiti ottimali territoriali (Ato) di Roma, Frosinone e province, oltre a significative presenze in Toscana, Umbria, Campania e altre aree del Lazio, per un totale di 8,5 milioni di abitanti.

Il gruppo, che nel 2010 ha speso in pubblicità e sponsorizzazioni oltre 8 milioni, deve infatti quasi il 43 per cento dei suoi 666,5 milioni di margini all’acqua, nella quale dichiara di aver investito, nello scorso esercizio, 202,8 milioni. E dopo aver chiuso il bilancio con utili per 92,1 milioni, investimenti in calo di quasi 45 milioni a 473 milioni per “l’esigenza di calmierare l’espansione dell’indebitamento” che al 31 dicembre ammontava a 2,2 miliardi, si appresta a distribuire 95 milioni agli azionisti: poco più della metà, 48 milioni, al comune di Roma, mentre a Caltagirone sono destinati 14 milioni e ai francesi quasi 11. Ad amministratori e sindaci, invece, è già andato più di 1 milione e mezzo, 72mila euro dei quali al consigliere indipendente in quota Campidoglio Luigi Pelaggi, già noto per il suo contemporaneo ruolo di capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente.

Conflitti d’interesse a parte, gli organi di amministrazione e controllo meglio retribuiti, però, sono quelli della bolognese Hera (oltre 6.400 dipendenti), che nel 2010 hanno percepito in totale ben 2,56 milioni. Del resto il secondo operatore italiano dell’acqua – l’anno scorso gli ha portato il 23 per cento dei 607 milioni di margine – ha chiuso l’esercizio con utili per 142 milioni e debiti per 1,86 miliardi, dopo investimenti per 341,9 milioni, il 27 per cento dei quali nel servizio idrico integrato che copre sette province dell’Emilia Romagna e del nord delle Marche. Ai soci andranno un centinaio di milioni in cedole, il 12,5 per cento in più del 2009. Quindi una quindicina di milioni al comune di Bologna, poco più di una dozzina a Modena, 7 a Ravenna, 5 a Imola, mentre a Rimini, Cesena e Ferrara andranno quote comprese tra 2 e 2,7 milioni, somme simili a quelle destinate agli investitori di Lazard e a Carimonte Holding.

Cifre lontane anni luce dalle piccole Acegas-Aps e Acsm-Agam, che però quanto a debito e stipendi degli amministratori, fatte le dovute proporzioni, non hanno nulla da invidiare alle grandi. Soprattutto la prima, che distribuisce l’acqua nelle aree di Trieste e Padova e ha chiuso il 2010 con 22 milioni di utili, 96,7 milioni di investimenti e ben 439 milioni di indebitamento. In attesa di trovare una soluzione al debito generato negli anni da una serie di operazioni finanziarie che hanno coinvolto i due comuni azionisti, con l’incombente rata da 250 milioni verso Intesa Sanpaolo che scadrà nel 2012, la municipalizzata del nord-est (1.700 dipendenti e il 35% dei margini generati dall’acqua) quest’anno ha stanziato per le cedole poco meno della metà dei profitti: 9,89 milioni. Il 62,84%, cioè 6,17 milioni, sono per Acegas-Aps holding, che a sua volta è controllata dai comuni di Padova e Trieste. A seguire, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste con circa 500mila euro e il socio-creditore Intesa con 360mila euro. É andata meglio agli amministratori e ai sindaci che hanno incassato quasi 1,4 milioni. Circa il doppio dei colleghi brianzoli di Acsm-Agam, 423 dipendenti, poco più di 8 milioni di utili nel 2010 dopo investimenti per 7,7 milioni e margini per quasi 40 milioni (solo 4 riferibili all’acqua) e un debito di 115 milioni. A spartirsi 4,6 milioni di cedola sono stati i comuni di Monza (29%), Como (25%) e la collega di Milano e Brescia A2A (22%). Pochi ma buoni, commenterebbero da Torino, dopo che Acque Potabili, affossata dalle attività siciliane, ha lasciato i soci a secco. Perché l’oro non luccica per tutti, anche se è un’indubbia fonte di cupidigia.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 giugno 2011

referendum, acqua, nucleare, istruzioni per l'uso

Pontinia, ecco la giunta

Come avevano preannunciato i giornali, 2 udc fanno l'ingresso in giunta: Maurizio Ramati (già in maggioranza con Mochi fino alla dichiarazione di dissesto che non ha votato), persona esperta, concreta, conoscitore del territorio, garantisce la serietà e la coerenza del suo partito. L'ambizioso Donnarumma per l'udc. Poi i 3 confermati del pd: il vice sindaco, come è giusto, Franco Pedretti, Valterino Battisti e Patrizia Sperlonga. Mi pare ci sia solo una persona che sappia scrivere un documento, usare usare la rete e un pc. Mi sembra che per la questione successione sia tutto fermo. In questo è stato abile Tombolillo. Però ci sono tutti i presupposti per Mochi - dissesto bis. A meno di un cambio in corsa.

lunedì 6 giugno 2011

nucleare, il nuovo piano del governo

L'OPZIONE AMERICANA PER LE CENTRALI ITALIANE
IL GOVERNO NON HA RINUNCIATO AL NUCLEARE
I VERI MOTIVI DELLA MORATORIA

Introduzione

Ad un mese dal disastro di Fukushima gli ardori atomici del governo Berlusconi non sono affatto placati. Nonostante la moratoria di 12 mesi per la costruzione delle centrali italiane l’attività del governo freme. Lo dimostra il fatto che contestualmente alla moratoria è stato approvato il decreto sulla localizzazione delle centrali con le correzioni necessarie dopo la sentenza della Corte costituzionale che bocciava il primo decreto.

La pausa imposta dall’apprensione di Berlusconi rispetto al fatto che il referendum sul nucleare potesse tirare la volata a quello sul legittimo impedimento ha riaperto i giochi nel governo e diversi ministri si scontrano per scegliere la cordata a cui affidare il business atomico da 30 miliardi.

Ritornano d’attualità gli americani di Westinghouse che già avevano avviato contatti in fase avanzata con membri dell’esecutivo fra cui il ministro degli Esteri Franco Frattini.

Prima priorità? Far saltare il referendum del 12 e 13 giugno che rappresenterebbe la pietra tombale sui piani atomici del governo e rappresenterebbero una minaccia per il Presidente del Consiglio.

E si comincia a parlare dei mini reattori IRIS…

IL PIANO DI “RISERVA” PER L’ATOMO ITALIANO

Il piccolo reattore inserito nel piano nucleare

Distratti dal reattore Epr, dagli accordi ai massimi livelli tra Sarkozy e Berlusconi sul nucleare, ben pochi si sono accorti che all’interno del documento di scenario realizzato nel 2009 dal Politecnico di Milano e dall’Enea per il MSE sono presenti oltre l’Epr di Areva, l’Ap1000 di Westinghouse anche l’Iris, reattore modulare, nel senso che se ne possono affiancare più di uno nello stesso sito su modello Fukushima, da 335 MWe, dal costo di circa un miliardo di euro, secondo gli estensori del rapporto, (tra i quali c’è il Professor Marco Enrico Ricotti, ora anche membro della neonata Agenzia per la sicurezza nucleare). Si tratta di un “nucleare minore” che potrebbe essere appetibile a una moltitudine di soggetti, oltre a Enel ed Eni, e che si “adatterebbe” bene all’orografia del nostro Paese, poiché necessita di reti di trasmissione elettriche di medie dimensioni e di poca acqua per il raffreddamento. In uno degli scenari descritti dal rapporto, i primi due Iris gemelli saranno realizzati a partire dal 2020 per arrivare a installarne nel 2020 ben dieci unità gemelle: in totale venti reattori su 10 siti.

Le dichiarazioni di Veronesi

Il piano di proliferazione del “piccolo” nucleare è passato in sordina di fronte agli annunci e alle pressioni commerciali dei francesi di Areva, fino all’incidente di Fukushima al quale sono seguite, il 19 marzo scorso, alcune dichiarazioni ‘illuminanti’ del Professor Umberto Veronesi, che è a capo dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare: «Molti si domandano se il modello delle centrali nucleari di grossa taglia, come sono oggi tutte quelle del mondo, sia quello da continuare a realizzare; oppure se non è possibile ed opportuno considerare l'adozione di reattori più piccoli e modulari: una rete di minireattori. Alcuni di questi modelli progettuali sono già in produzione e dovremo studiarne a fondo le caratteristiche e la fattibilità».

Ecco sdoganato Iris. Ma come mai tanta attenzione a questo piccolo reattore?

Il ruolo di Ansaldo nel nucleare

Per capire il coinvolgimento dell’Italia sul “piccolo” nucleare bisogna tornare al febbraio 2009, all’epoca dell’accordo Berlusconi-Sarkozy che apre le porte all’Epr di Areva e taglia le gambe all’Ap1000 di Westinghouse, reattore quest’ultimo che già nel rapporto di scenario 2009 dal Politecnico di Milano e dall’Enea per il MSE, non è inserito come opzione reale e ha un ruolo solo da comparsa nonostante Ansaldo Nucleare (Finmeccanica) abbia un ruolo di primo piano nella sua realizzazione, lavori da anni sulla tecnologia nucleare di Westinghouse e sia ampiamente coinvolta nei quattro reattori Ap1000 oggi in costruzione in Cina. All’epoca dell’accordo - inspiegabile ai più, poiché si era scelta una tecnologia nucleare inedita e mai realizzata prima senza avere un’Agenzia per la Sicurezza Nucleare che validasse la scelta - Ansaldo criticò aspramente questa scelta.

IL viaggio di Scajola negli Usa

Per rimediare a ciò, anche su pressioni da parte degli Stati Uniti, come ha rivelato Wikileaks, l’allora ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha sottoscritto con il ministro per l’energia USA Steven Chu una dichiarazione congiunta «in tema di cooperazione industriale e commerciale nel settore dell'energia nucleare», nella quale si punta a: «favorire sui mercati internazionali di Westinghouse e Ansaldo Nucleare, che già lavorano assieme sulla Cina e a garantire spazio all’Ap1000, con quattro reattori, nel programma nucleare italiano. A suggellare tutto c’è la nomina da parte del Governo di Francesco Mazzucca a Commissario di Sogin, la società che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari, il quale proviene proprio da Ansaldo Nucleare.

Gli intrecci sul nucleare

Nel frattempo altri appetiti si concentrano sul nucleare. E.On e GdF-Suez costituiscono una seconda cordata, l’altra è Enel-Edf per il nucleare con la benedizione di Gianni Letta, ma alla cordata hanno manifestato interesse Saipem (Eni), Ansaldo Energia (portatrice della tecnologia Westinghouse) e le utility A2A, Hera e Iren, mentre Edison è orientata verso Enel-Edf. Ap 1000 e Iris sono i reattori ideali per questi soggetti che possono così giocare ad avere un ruolo con il nucleare anche a livello locale.

Lo strano accordo

L’otto marzo 2011, tre giorni prima di Fukushima, Westinghouse annuncia un accordo con Endesa (controllata da Enel) per uno “scambio d’informazioni” in materia di Ap1000 propedeutico alla realizzazione di tali reattori in Spagna e in America Latina. Enel in Italia ha scelto, due anni fa, la tecnologia concorrente francese di Areva (Epr). È un segnale netto circa il fatto che gli interessi Usa in Italia riescono a influenzare anche rapporti già consolidati come quelli tra Enel ed Areva.

L’incontro di Washington

Nel frattempo continuano i giochi sul nucleare. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, infatti, ha fortemente voluto un appuntamento organizzato dai ministeri degli Esteri, dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente e dall’Istituto Nazionale per il Commercio Estero, “Global Energy”, negli Stati Uniti, al quale hanno partecipato, tra gli altri, Roberto Adinolfi, CEO di Ansaldo Nucleare; Aris Candris, CEO di Westinghouse Electric Company; Daniel L. Roderick, Senior Vice President di General Electric-Hitachi. Tre gli sponsor dell’appuntamento: Enel, Edison e Finmeccanica.

Legion d’Onore

Un ruolo fondamentale circa la scelta del nucleare francese lo svolge il braccio destro di Scajola ed ex direttore del ministero dello Sviluppo Economico Sergio Garribba che ha spinto con forza sull’opzione francese, ricevendone in cambio l’11 ottobre 2010 la Legion d’Onore francese poiché: «Sergio Garribba, ha fortemente contribuito a sviluppare un partenariato strategico “totale e senza limiti” tra Italia e Francia nell’ambito dell’energia nucleare». Un riconoscimento significativo per Garribba che si era visto soffiare al fotofinish la guida dell’Enea per la quale era i pole position.

Wikileaks

L’ambasciata Usa a Roma si allarma quando nel 2008 s’intravedono i primi segnali di ritorno al nucleare perché «vede un’azione di lobby ad alto livello da parte dei leader di Inghilterra, Francia e Russia» e arriva a paventare che «i francesi abbiano una corsia preferenziale» e ancora «l’intensa pressione dei francesi forse comprende tangenti a funzionari del governo italiano».

Il “non ruolo” dell’Agenzia per la Sicurezza nucleare italiana

Che i giochi sul nucleare e sulle tecnologie si facciano in Italia a livello politico è un dato di fatto. Da un lato, infatti, si nomina un oncologo ai vertici dell’Agenzia per la Sicurezza nucleare, mentre dall’altro la legge stessa depotenzia il suo ruolo a quello di comprimario. L’Agenzia, infatti, in tema di tecnologie si affida alla ratifica d’Agenzie di altri Stati con i quali l’Italia ha sviluppato accordi. Usa e Francia, quindi, potranno importare “chiavi in mano” i loro reattori, poiché nel nostro Paese non ci sono autorità veramente indipendenti in grado di valutare i progetti.

Chi è con chi nella cordata nucleare

Con l’uscita di scena di Scajola e del potente Garribba, quindi, l’asse politico del nucleare sembra essersi spostato verso gli Usa. Sicuramente Prestigiacomo, Frattini e Letta sono per questa opzione, Romani è su una posizione d’attesa e anche Berlusconi, viste le frizioni sul piano internazionale con Sarkozy, è diventato abbastanza freddo sull’Epr.
http://www.verdi.it/pianob.html

referendum: la mani sull'acqua, solo il 1. passo

Il Manifesto, Domenica 05 Giugno 2011

Le mani sull'acqua, è solo il primo passo

di Andrea Palladino
Seguendo il corso dell'acqua si arriva lontano. Si scoprono le fonti, nascoste negli appennini italiani, gli antichi acquedotti romani, i pozzi contaminati del Lazio, le silenziose guerre per l'acqua che si combattono attorno alle sorgenti. Per chi ha pazienza e curiosità, le tubature oggi gestite dai colossi italo-francesi possono, però, sbucare nei posti più inaspettati, come il nuovo campus universitario di Tor Vergata, inaugurato da qualche mese con le gran casse delle tivù. O può capitare di ritrovarsi tra i rifiuti della Calabria, o tra le ceneri del bruciatore della Versilia, contenute in impianti che non funzionano e che, probabilmente, mai funzioneranno.

Gestire la vita
Le due sorelle francesi Gdf Suez e Veolia sulla gestione del nostro quotidiano non temono confronti. Hanno saputo vincere la concorrenza degli inglesi e degli spagnoli, hanno convinto governi di cinque continenti, hanno avuto la capacità di rendere docile la Banca mondiale e l'establishment di Bruxelles. Loro semplicemente gestiscono la vita: l'acqua quando si nasce, i rifiuti che produciamo, i nostri primi passi nell'università, accompagnandoci negli anni passati nei campus. E poi i trasporti, le scorie che producono le fabbriche chimiche e farmacologiche, la monnezza che - come è noto - in Italia è un bel business. Siamo clienti, dalla nascita alla morte.
Questa è la partita che si giocherà il 12 e 13 giugno, partendo dalla critica radicale al core business delle grandi sorelle dei servizi, scardinando il sistema creato più di dieci anni fa nelle grandi École de administration francesi, il PPP, ovvero il partenariato pubblico privato. Alleanza strana, dove lo Stato mette i suoi cittadini e loro - Suez e Velia - mettono la capacità di capitalizzare il reddito estraibile dalla nostra vita. Dalla nascita alla morte.

Studiare sotto il segno di Veolia
Cosa lega le bollette di Acqualatina alle università italiane? Jean Louis Marie Pons, manager di lungo corso di Veolia, oggi dirige la Siram Sì, società del gruppo francese che gestisce la città universitaria annessa a Tor Vergata, secondo ateneo romano. La realizzazione è stata affidata al gruppo Caltagirone, presente a sua volta in Acea - in teoria un concorrente diretto di Veolia - ben rappresentato dal cognato Marco Staderini, amministratore delegato del gruppo romano. Caltagirone da un paio d'anni ha iniziato una vertiginosa scalata in Acea, passando dal 4 al 15%, sperando con tutto il cuore di avere il via libera per diventare il vero successore del comune di Roma nella holding dei servizi romani. Per Veolia la gestione di pezzi delle università è uno dei tanti servizi diversificati, in grado di fare cassa, magari approfittando del clima friendly di un campus universitario per far capire che privato è bello.
Il valore della gestione del campus universitario di Roma - che Veolia si è aggiudicata - si aggira attorno ai 170 milioni di euro e include l'amministrazione di ogni aspetto della vita interna al campus, dagli affitti alla tutela della privacy. Il modello privato si vede e si sente: tutti gli accessi sono controllati, la vigilanza affidata a istituti di sicurezza privati, «che percorrono tutta l'area, all'aperto e all'interno delle palazzine 24 ore su 24», mentre ogni visitatore dovrà essere munito di apposito badge. Qui, nel campus gestito da Veolia, entri solo se sei invitato. Le palazzine che ospitano gli studenti - e che coprono il 60% dei posti universitari di Roma - sono state realizzate con un accordo pubblico-privato, che ha visto coinvolto il Fondo Aristotele dell'Inpdap, gestito da Fabrica Immobiliare Sgr spa, società partecipata dal gruppo Caltagirone. Il fondo Aristotele ha accumulato interventi milionari nelle infrastrutture degli atenei - pubblici e privati - italiani. Oltre alla residenza di Tor Vergata, il fondo d'investimento gestito dal principale azionista privato di Acea ha finanziato la facoltà di agraria di Napoli, l'università degli studi di Modena e Reggio Emilia, l'Ifo di Milano e il campus universitario di Bari.

La monnezza alla francese
«In cima alla piramide dei rifiuti ci sono le grandi imprese mondiali, come la Generale des eaux», raccontava nel 1998 un bizzarro personaggio, Guido Garelli, che amava presentarsi con il grado di Commodoro del Sahara Occidentale. Ha scontato una pena di 14 anni di reclusione e ai magistrati di Milano ed di Asti ha raccontato molto sul mondo dei rifiuti, partendo dall'Italia e arrivando in Somalia. Ora la Generale des eaux si chiama Veolia e di rifiuti se ne intende. In Italia - oltre ai campus universitari, alla gestione dell'acqua a Latina, in Calabria e in Sicilia - ha espresso una particolare vocazione per la monnezza. Da diversi anni Veolia gestisce gli inceneritori di Gioia Tauro in Calabria, di Falascaia in Versilia, di Brindisi, di Potenza e di Vercelli, molti dei quali acquistati dalla società spezzina Termomeccanica. E non sempre le cose sono andate per il verso giusto. Quando i tecnici mandati dalla sede di La Spezia del colosso parigino sono entrati negli impianti di incenerimento in provincia di Lucca si sono accorti che qualcosa non funzionava. I dati delle emissioni erano truccati, grazie alla correzione che veniva effettuata dagli operatori. Un sistema intollerabile, ha scritto l'ingegner Rossi - cognome italianissimo, ma datore di lavoro francese - che spiegava in un memorandum interno che era meglio ottimizzare quel sistema: «Si è rivelato necessario introdurre un nuovo artificio, al fine di poter mantenere l'impianto in funzionamento, consistente nel raccogliere i dati rilevati al camino e trasformarli, in modo continuo tramite l'inserimento del fattore di correzione (K) del valore 0,1», scriveva Paolo Rossi in un internal memo nel 2008. Oggi quell'impianto è definitivamente chiuso, divenuto una sorta di monumento a quella gestione della vita tanto cara alle multinazionali dell'acqua, dei rifiuti e dei servizi. Il caso di Falascaia non è il solo. Nel 2009 l'inceneritore di Brindisi - sempre gestito da Veolia - fu sequestrato dal Noe. Anche in questo caso il sistema di controllo delle emissioni aveva seri problemi, secondo le analisi dei carabinieri. E accanto agli impianti il Noe trovò mille fusti di scorie non identificate, di cui non fu possibile capire la provenienza.
Il cavallo di Troia
L'acqua è dunque solo la punta dell'iceberg, un cavallo di Troia che renderebbe accettabile ogni tipo di privatizzazione. La legge Ronchi punta - grazie anche alla consegna del silenzio - dritto al cuore dei servizi essenziali per la vita, aprendo culturalmente la strada alla privatizzazione diffusa e invasiva. Il referendum è una sorta di ultimo appello, di battaglia finale per bloccare la cessione della gestione dell'acqua potabile alle società multinazionali. C'è una ricorrenza che fa ben sperare: i 65 anni della Repubblica. Il mese di giugno del 1946 fu un referendum a sancire il valore repubblicano della nostra Costituzione. Dal 13 giugno probabilmente potremmo dire che l'Italia si fonda non solo sul lavoro, ma sulla difesa dell'essenziale della vita. Dalla nascita alla morte.

la giornata dell'ambiente, salviamo le foreste

INIZIATIVE
Uniti per salvare le foreste
E' la Giornata mondiale dell'ambiente
E' l'India la protagonista dell'edizione 2011 dell'iniziativa proclamata dall'Agenzia Onu per l'Ambiente. Fra cambiamenti climatici, deforestazione,intensificazione massiccia dell'agricoltura e inquinamento, le sfide del Paese asiatico che per la prima volta, dall'inizio delle celebrazioni, ospita gli eventi. Iniziative anche in Italia
Le foreste protagoniste
dell'edizione 2011
della Giornata per l'ambiente
ROMA - E' l'India la protagonista nell'edizione 2011 della Giornata mondiale dell'ambiente 1 proclamata per oggi dall'Unep, l'Agenzia Onu per l'Ambiente, e dedicata in particolare alla salvaguardia delle foreste. Per la prima volta dall'inizio delle celebrazioni, nel 1972, è infatti il paese asiatico e in particolare le sue due principali città, Bombay e New Dehli, ad ospitare eventi centrati sul tema. NUmerose le iniziative anche in Italia, organizzate nelle piccole e grandi città.

Le sfide dell'India. Urbanizzazione incontrollata, industrializzazione, intensificazione massiccia dell'agricoltura: sono queste le principali sfide legate alla crescita della popolazione in India, ormai a quota 1,2 miliardi di abitanti. I problemi sono cambiamenti climatici, deforestazione, inquinamento, perdita delle risorse idriche e commercio di fauna selvatica. Con la continua crescita dell'economia, ora il governo è a caccia di soluzioni per affrontarli. "Non c'è nessun paese nel mondo - afferma Jairam Ramesh, ministro per l'Ambiente e le foreste - che sia così vulnerabile ai cambiamenti climatici, su tanti fronti, come lo è l'India. Questo rende necessario per noi di avere valutazioni scientifiche sull'impatto dei cambiamenti climatici".

Occhio alla tigre. Nella Giornata mondiale dell'Ambiente finirà poi sotto i riflettori un'animale indiano, la tigre del Bengala. Specie sempre più minacciata (la sua popolazione è crollata del 60% negli ultimi dieci anni) è anche uno dei simboli dell'India, richiede grandi quantità di spazio (fra i 60 e i 100 km quadrati), richiesta complicata dal fenomeno della deforestazione. E' minacciata del bracconaggio illegale, che la caccia per la sua pelle e ad uso 'medicinale'.

Salviamo le foreste. L'edizione 2011 della Giornata è dedicata alle foreste. Il Wwf ricorda che in 10 anni si sono persi 5,4 milioni di ettari l'anno, in 30 Paesi, di foreste tropicali, e richiama l'attenzione su quelli che sono considerati ambienti ancora 'in bilico', come il Congo, dove due giorni fa si è chiuso il Summit sulle foreste tropicali, cui hanno partecipato rappresentanti di circa 30 Paesi e altri Stati, tra cui l'Italia, come partner per lo sviluppo. Il summit, spiega il Wwf, ha dato uno slancio alla tutela degli ambienti forestali tropicali con la dichiarazione congiunta tra i paesi partecipanti, "un passo incoraggiante verso un accordo di cooperazione vero e proprio che potrebbe essere sottoscritto al prossimo incontro 'Rio + 20' che si terrà in Brasile nel 2012".

I rischi della deforestazione. Obiettivo del summit di Brazzaville era infatti quello di favorire una cooperazione nella prospettiva della gestione sostenibile degli ecosistemi forestali nei bacini dell'Amazzonia, del Congo e del Borneo Mekong. Solo queste aree, infatti, racchiudono l'80% delle foreste tropicali ed ospitano due terzi della biodiversità terrestre, fornendo al contempo sostentamento ad oltre un miliardo di persone. Il Wwf ricorda che la distruzione di foreste a causa del taglio e o della loro trasformazione in terreni agricoli provoca il rilascio di enormi quantità di CO2 e altri gas serra nell'atmosfera: "La deforestazione è responsabile globalmente del 15% di tutte le emissioni di gas serra, perderle significa sottrarre uno dei più grandi 'serbatoi' di CO2. Se non si interviene subito la perdita globale di foreste - conclude l'associazione - sarà pari a oltre 230 milioni di ettari (più della superficie della Groenlandia), che potrebbero scomparire entro il 2050".
(05 giugno 2011)http://www.repubblica.it/ambiente/2011/06/05/news/giornata_ambiente-17231985/?ref=HREC2-8

referendum, acqua risparmiamo con l'acqua pubblica

REFERENDUM
Costi, dispersione, efficienza
i falsi miti dell'acqua privata
In vista dell'appuntamento del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha realizzato un dossier che sfata, punto per punto, tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. Gli acquedotti pubblici non sono affatto dei "colabrodo". E gestione privata il più delle volte fa rima con bolletta salata
di GIULIA CERINO
Le valvole di un acquedotto
MITO numero uno: gli acquedotti "pubblici" sono dei colabrodo. "Falso: secondo i dati di Mediobanca, il peggiore, se consideriamo la dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l'acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in borsa i cui principali azionisti sono il Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez". In vista del referendum del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha pubblicato un dossier "speciale" 1. Lo scopo? Sfatare punto per punto tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. A partire dai costi. Secondo il Conviri (Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), per i prossimi 30 anni servono circa 64 miliardi di euro per la manutenzione e l'ammodernamento delle reti idriche di casa nostra. Due miliardi l'anno, una cifra standard necessaria in ogni caso, a prescindere dall'esito del referendum. Di questi, il 49,7% è diretto al comparto acquedottistico (per nuove reti, impianti e per manutenzione) mentre il 48,3% alle fognature e alla depurazione. A metterci i quattrini dovrebbero essere lo Stato, le Regioni e i Comuni d'Italia dato che quelli - spiega Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia e curatore del dossier Speciale Referendum - sono "soldi delle nostre tasse, gli stessi che vengono usati anche per riparare le strade, per costruire il ponte sullo Stretto o per la Difesa".

REFERENDUM - L'ITALIA SI MOBILITA 2

"IO VADO A VOTARE: PASSAPAROLA" 3

Ed ecco sfatato il secondo mito. Con l'ingresso dei privati, la bolletta non si ridimensionerà. Al contrario, ai costi standard appena elencati se ne aggiungono altri. Per fare i lavori infatti (gli stessi che dovrebbero fare gli enti pubblici) le aziende punteranno al risparmio tentando di "scaricare l'investimento sulle bollette, come previsto dalla legge". Dunque, nel conto di ogni italiano saranno inclusi, oltre ai lavori ordinari, "anche gli utili delle aziende", spiega Raitano. La concorrenza tra privati non basterà a contenere i costi. Anzi. In assenza di ulteriori interventi normativi e in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal dl 152/2006, i costi di tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiranno in bolletta. Il business ringrazia. I consumatori non proprio perché - conclude Raitano - pretendere tariffe più basse significherebbe - trattando con dei privati - "necessariamente un blocco degli investimenti".

La privatizzazione della gestione dell'acqua prevista dal decreto Ronchi (numero 135 del 2009) ha dunque di fatto provocato un aumento dei costi. A dimostrarlo sono anche le cifre del rapporto Blue Book 4 che ha pensato di confrontare le tariffe della gestione privata con quelle in house. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l'1% in più). Conferma la tendenza anche l'annuale dossier 5, realizzato dall'Osservatorio Prezzi & Tariffe di Cittadinanzattiva, dal quale si scopre che dal 2008 il costo dell'acqua non ha fatto che aumentare: la media è del più 6,7%, con aumenti del 53,4% a Viterbo (record nazionale), Treviso (+44,7%) Palermo (+34%) e in altre sette città, dove gli incrementi hanno superato il 20%: Venezia (+25,8%), Udine (+25,8%), Asti (+25,3%), Ragusa (+20,9%), Carrara (+20,7%), Massa (+20,7%) e Parma (+20,2%).

In generale, gli incrementi si sono registrati in 80 capoluoghi di provincia ma è la Toscana che si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte (369 euro). Costi più elevati della media nazionale anche in Umbria (339 euro), Emilia Romagna (319 euro), Marche, Puglia (312 euro) e Sicilia (279 euro) mentre capita spesso di trovarsi di fronte a differenze all'interno di una stessa regione: l'acqua di Lucca costa 185 euro in meno di quella di Firenze, Pistoia e Prato. Stessa cosa in Sicilia: tra Agrigento e Catania lo scarto è di 232 euro. D'altra parte, la logica che muove ogni business degno di tale nome - scrive Luigino Bruni, docente di economia politica all'università Milano-Bicocca - è quella di fare utili, possibilmente a breve termine. Il ragionamento fila: "Le imprese private hanno per scopo il profitto. Chi massimizza il profitto non tiene conto dell'ottimo sociale e difficilmente può essere controllato, nemmeno con un meccanismo di sanzioni".

Sul tema dell'acqua poi sembra circolino tanti altri falsi miti. Si dice, ad esempio, che la gestione privata della rete idrica sia molto efficiente. Sbagliato. "Uno dei migliori acquedotti del nostro Paese - spiega Raitano - è quello di Milano, al cento per cento di gestione pubblica, dove l'acqua viene controllata più volte al giorno e le dispersioni sono minime". E' quindi "dogmatico dire che la gestione privata garantisce una migliore gestione della rete. Le esperienze che si sono fatte in questi anni in Calabria, ad Agrigento, a Latina dimostrano che dove gli acquedotti sono passati in mano ai privati c'è stato solo un aumento delle tariffe". E' successo in Calabria, dove alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro si sono visti raddoppiare la bolletta. A San Lorenzo del Vallo, comune di 3.521 abitanti della provincia di Cosenza, il conto è salito da 100 a 190 mila euro l'anno perché - spiega il sindaco - l'azienda che gestisce l'acqua in tutta la Calabria (la So.Ri.Cal) con concessione trentennale ha arbitrariamente aumentato la tariffa del 5%. Una cifra, questa, pari all'intero bilancio del piccolo comune che, non avendo saldato il debito, e stato dichiarato moroso.

Privati o no, la gestione idrica pubblica in Italia sembra aver fallito. Il Belpaese spreca acqua continuamente. Ogni giorno si perdono circa 104 litri di sangue blu per abitante, il 27% di quella prelevata. Considerando ogni singolo italiano si scopre che consumiamo a testa in media 237 litri di liquido al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per giardino, lavaggi auto e cucina, 1% per bere e 6% per altri usi. A fronte di un terzo dei cittadini che non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica, otto milioni di italiani non ne hanno di potabile e 95 milioni di litri di acqua che, ogni anno, vengono usati per l'innevamento artificiale. Dunque il problema - conclude il dossier - non si risolve nemmeno affidando l'acqua ai privati che - per loro natura - tenderebbero a spostare le reti idriche nelle zone d'Italia più fruttuose. Il punto semmai è la totale assenza di un piano normativo, economico ed amministrativo nazionale volto a finanziare e supportare le tecnologie necessarie. In alcune regioni d'Italia mancano ancora gli Ato, ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati. Come quello dell'acqua o dei rifiuti.
(05 giugno 2011)
http://www.repubblica.it/politica/2011/06/05/news/acqua_altroconsumo-17185748/?ref=HREC1-4