sabato 18 luglio 2015

L’altoforno accende lo scontro tra Procura, governo e Ilva Denunciati 19 dipendenti: erano nell’impianto sequestrato dopo la morte di un operaio

Guerra a Taranto L’azienda: la struttura può funzionare grazie al decreto Renzi Il Gip: incostituzionale I punti 1 L’a l to fo r n o era stato s e q u e s t ra to, p e rc h é p e r i co l o s o, dopo la morte di un operaio 2 I Carabinieri ieri hanno d e n u n c i a to i lavoratori p re s e n t i nell’i m p i a n to
» FRANCESCO CASULA Ta ra n to S e fino a poco fa gli operai dell’Ilva dovevano scegliere tra diritto alla salute e diritto al lavoro ora la questione diventa più ristretta, ma non meno drammatica: scegliere se lavorare ed essere denunciati o abbandonare l’impianto che però rischierebbe di esplodere. SUCCEDE anche questo nell’acciaieria “strategica” di Taranto. Accade che nell’Al - toforno 2 - sequestrato senza facoltà d’uso dalla procura perché privo dei dispositivi di sicurezza, dove morì l’ope - raio Alessandro Morricella lo scorso 8 giugno - gli operai continuino a lavorare perché l’azienda non ha alcuna intenzione di spegnerlo, facendo leva su un decreto che consente il suo utilizzo in barba ai rischi dei lavoratori. Ma quel decreto, per i giudici di Taranto, è incostituzionale e così il gip Martino Rosati sospende il giudizio e invia gli atti alla Consulta perché si esprima. Sospende, appunto. Il gip Rosati, in sostanza, ha chiarito che la decisione di permettere all’Ilva di usare quell’impianto arriverà solo dopo che la Corte Costituzionale si sarà pronunciata sulla legittima di un decreto che a parere dei magistrati viola ben sei articoli della Costituzione. Ed è qui che le cose si complicano. Perché per l’Ilva l’esistenza del decreto basta e avanza per poter utilizzare l’Altoforno 2. Il risultato è che la procura ieri ha inviato i carabinieri in fabbrica per apporre i sigilli e i 19 incolpevoli operai impegnati al lavoro sono stati denunciati per non aver rispettato un ordine del giudice, già impartito da settimane. I sindacati, Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, convocati immediatamente dall’azienda, hanno manifestato tutta la loro preoccupazione chiedendo all’Ilva “di adoperarsi immediatamente al fine di assicurare oltre a quanto previsto dalle norme di legge e di contratto, ponendo in essere ogni eventuale tutela giudiziaria, immediata e futura, nei confronti dei lavoratori interessati” e sottolineando che “i lavoratori siano privi di qualsiasi responsabilità diretta e per quanto tali, non debbano essere coinvolti da provvedimento alcuno anche e soprattutto in termini di sicurezza e salvaguardia impiantistica”. I lavoratori, quindi, non c’entrano, ma intanto a pagare sono ancora una volta loro. La soluzione, al momento, non sembra esserci e neppure si vede all’orizzonte. Perché nonostante Ilva e governo, a colpi di decreto, abbiano neutralizzato più volte l’a zio ne della magistratura, lo stabilimento siderurgico di Taranto non è una fabbrica a norma. Del resto non era oggettivamente pensabile che problemi nascosti per decenni potessero essere risolti in pochi mesi, ma nemmeno che il diritto alla salute e alla sicurezza di lavoratori e cittadini passasse così evidentemente in secondo piano rispetto alla produzione di acciaio. E COME se ciò non bastasse nuove nuvole di burrasca sono particolarmente vicine: a fine luglio scadrà infatti il termine concesso dal governo all’Ilva per la realizzazione dell’80 percento delle prescrizioni imposte con l’Auto - rizzazione integrata ambientale. Sebbene i cantieri siano stati avviati appare altamente improbabile che l’azienda possa riuscire a rispettare i tempi di ammodernamento imposti dall’Aia. Cosa accadrebbe a quel punto? La stessa Corte Costituzionale nella sua pronuncia di legittimità sulla prima legge “salva Ilva” aveva sottolineato la “tempo - raneità delle misure adottate”per far fronte a una “situa - zione grave ed eccezionale” sul piano ambientale e occupazionale. Ma il tempo a disposizione sta scadendo e nessuno dei governi che si sono succeduti dal 2012 a oggi è riuscito a trovare una chiave di volta. Anzi, i problemi de ll ’Ilva si stanno manifestando in tutta la loro drammaticità: dalle conseguenze delle emissioni nocive sulla salute dei tarantini, al numero di operai morti (ben cinque negli ultimi tre anni) per il mancato ammodernamento della fabbrica. E ancora una volta al centro, tra le fiammate e le manette, restano loro. Cambia solo la scelta: non più tra salute e lavoro, ma tra una denuncia e un’esplosione. © RIPRODUZIONE RISERVATA il fatto quotidiano 18 luglio 2015

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