Guerra a Taranto
L’azienda: la struttura
può funzionare grazie
al decreto Renzi
Il Gip: incostituzionale I punti
1
L’a l to fo r n o
era stato
s e q u e s t ra to,
p e rc h é
p e r i co l o s o,
dopo
la morte
di un operaio
2
I Carabinieri
ieri hanno
d e n u n c i a to
i lavoratori
p re s e n t i
nell’i m p i a n to
» FRANCESCO CASULA
Ta ra n to
S
e fino a poco fa gli operai
dell’Ilva dovevano
scegliere tra diritto alla
salute e diritto al lavoro
ora la questione diventa
più ristretta, ma non meno
drammatica: scegliere se lavorare
ed essere denunciati o
abbandonare l’impianto che
però rischierebbe di esplodere.
SUCCEDE anche questo
nell’acciaieria “strategica” di
Taranto. Accade che nell’Al -
toforno 2 - sequestrato senza
facoltà d’uso dalla procura
perché privo dei dispositivi
di sicurezza, dove morì l’ope -
raio Alessandro Morricella lo
scorso 8 giugno - gli operai
continuino a lavorare perché
l’azienda non ha alcuna intenzione
di spegnerlo, facendo
leva su un decreto che consente
il suo utilizzo in barba ai
rischi dei lavoratori. Ma quel
decreto, per i giudici di Taranto,
è incostituzionale e così
il gip Martino Rosati sospende
il giudizio e invia gli
atti alla Consulta perché si esprima.
Sospende, appunto.
Il gip Rosati, in sostanza, ha
chiarito che la decisione di
permettere all’Ilva di usare
quell’impianto arriverà solo
dopo che la Corte Costituzionale
si sarà pronunciata sulla
legittima di un decreto che a
parere dei magistrati viola
ben sei articoli della Costituzione.
Ed è qui che le cose si
complicano. Perché per l’Ilva
l’esistenza del decreto basta e
avanza per poter utilizzare
l’Altoforno 2. Il risultato è che
la procura ieri ha inviato i carabinieri
in fabbrica per apporre
i sigilli e i 19 incolpevoli
operai impegnati al lavoro sono
stati denunciati per non aver
rispettato un ordine del
giudice, già impartito da settimane.
I sindacati, Fim Cisl,
Fiom Cgil e Uilm Uil, convocati
immediatamente dall’azienda,
hanno manifestato
tutta la loro preoccupazione
chiedendo all’Ilva “di adoperarsi
immediatamente al fine
di assicurare oltre a quanto
previsto dalle norme di legge
e di contratto, ponendo in essere
ogni eventuale tutela
giudiziaria, immediata e futura,
nei confronti dei lavoratori
interessati” e sottolineando
che “i lavoratori siano
privi di qualsiasi responsabilità
diretta e per quanto
tali, non debbano essere coinvolti
da provvedimento alcuno
anche e soprattutto in termini
di sicurezza e salvaguardia
impiantistica”.
I lavoratori, quindi, non
c’entrano, ma intanto a pagare
sono ancora una volta loro.
La soluzione, al momento,
non sembra esserci e neppure
si vede all’orizzonte. Perché
nonostante Ilva e governo, a
colpi di decreto, abbiano neutralizzato
più volte l’a zio ne
della magistratura, lo stabilimento
siderurgico di Taranto
non è una fabbrica a norma.
Del resto non era oggettivamente
pensabile che problemi
nascosti per decenni potessero
essere risolti in pochi
mesi, ma nemmeno che il diritto
alla salute e alla sicurezza
di lavoratori e cittadini
passasse così evidentemente
in secondo piano rispetto alla
produzione di acciaio.
E COME se ciò non bastasse
nuove nuvole di burrasca sono
particolarmente vicine: a
fine luglio scadrà infatti il termine
concesso dal governo
all’Ilva per la realizzazione
dell’80 percento delle prescrizioni
imposte con l’Auto -
rizzazione integrata ambientale.
Sebbene i cantieri siano
stati avviati appare altamente
improbabile che l’azienda
possa riuscire a rispettare i
tempi di ammodernamento
imposti dall’Aia. Cosa accadrebbe
a quel punto? La stessa
Corte Costituzionale nella
sua pronuncia di legittimità
sulla prima legge “salva Ilva”
aveva sottolineato la “tempo -
raneità delle misure adottate”per
far fronte a una “situa -
zione grave ed eccezionale”
sul piano ambientale e occupazionale.
Ma il tempo a disposizione
sta scadendo e
nessuno dei governi che si sono
succeduti dal 2012 a oggi è
riuscito a trovare una chiave
di volta. Anzi, i problemi
de ll ’Ilva si stanno manifestando
in tutta la loro drammaticità:
dalle conseguenze
delle emissioni nocive sulla
salute dei tarantini, al numero
di operai morti (ben cinque
negli ultimi tre anni) per il
mancato ammodernamento
della fabbrica. E ancora una
volta al centro, tra le fiammate
e le manette, restano loro.
Cambia solo la scelta: non più
tra salute e lavoro, ma tra una
denuncia e un’esplosione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA il fatto quotidiano 18 luglio 2015
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento