domenica 15 marzo 2015

Cinque Terre, bellezza ancora in bilico tra natura e malaffare

DOPO LE INCHIESTE E L’ALLUVIONE DEL 2011, IL PARCO È RINATO MA MANCANO I SOLDI PER GLI INTERVENTI STRUTTURALI
 PATRIMONIO UNESCO Un bilancio da dieci milioni, due milioni e mezzo di turisti annui, iniziative per tenere coltivata la terra. Senza poter contare sullo Stato
di Silvia D’Onghia inviata a La Spezia C’ è un vecchio detto da queste parti: “Quando vai per sentieri, cammina rasente al muro e guarda spesso in alto”. Ieri i “muri” erano i terrazzamenti costruiti dall’uomo sui pendii scoscesi e impervi, a due passi da quel mare che sembra poter ingoiare tutto. Oggi i “muri” se li sta riprendendo la natura, perché nemmeno la costanza e la caparbietà di questo popolo hanno potuto fermare chi, nei decenni scorsi, alla fatica sovrumana dell’agricoltura ha preferito quella sopportabile dei cantieri navali. E così le Cinque Terre rimangono scolpite nella loro bellezza accecante del sole primaverile dopo un inverno durissimo. Una bellezza in bilico tra il paradiso e l’inferno, tra una stagione ricca di turisti che gonfiano le tasche dei ristoratori appena rientrati dalle ferie e l’incubo, mai sopito, delle tempeste di fango e di quelle giudiziarie. A far da ago, sulla bilancia difficile da tenere in equilibrio, c’è il Parco nazionale, 3860 ettari di terra, il più piccolo d’Italia ma il più popolato, 4.000 abitanti per cinque borghi: Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso al Mare. La ferita aperta tra arresti e morti Le ferite non si sono ancora rimarginate, lo leggi negli occhi della gente che guarda i giornalisti con diffidenza. Nel 2010 la magistratura ha spazzato via un’intera classe dirigente. A partire dall’allora presidente del Parco, Franco Bonanini, per arrivare ad altri 24 indagati, tutti suoi stretti collaboratori. Lunghe indagini della Procura della Spezia che illuminarono una – autodefinitasi – “cricca”, vicina al Pd regionale e agli ambientalisti ma anche ai politici nazionali, attraverso millantate amicizie con Brunetta, Alfano e Ghedini. Tredici appartamenti a disposizione del Parco e dei suoi ospiti, l’ufficio del Presidente in una torretta con porta blindata, auto e mezzi navali. Bonanini lo chiamavano il “Faraone”, per la sua visione accentratrice. I processi, dopo alcuni stralci, sono ancora in primo grado e di quella gestione rimangono strascichi addirittura sull’Iva appena pagata (dal 2011) per centinaia di migliaia di euro. E l’alluvione, poi, altra ferita a cielo aperto che gli abitanti di Vernazza ti indicano, come se il fango e i cadaveri fossero ancora lì in piazza. Il 25 ottobre 2011 la pioggia spazzò via strade e territori, e pure 13 vite. Scandalo di lavori non eseguiti e di manutenzioni mal realizzate, corsi di fiumi e canali non puliti, con una ciclicità che in Liguria si fa tragedia. Eppure, ancora oggi, la lezione non sembra essere stata imparata: c’è un’inchiesta in corso sui lavori di ripristino del parcheggio di Monterosso, sull’assegnazione delle opere e su controlli “taroccati” per ottenere qualche spicciolo in più. La via dell’a m o re e lo spot di Paita Ci sono sentieri per i quali è vietato addentrarsi, perché la saggezza popolare da sola non basta a evitare le tragedie. E chi ha il ricordo di quel chilometro di romanticismo chiamato “Via dell’amore” lo custodisca con cura, perché è molto probabile che quella strada non apra mai più. Ci vogliono oltre 10 milioni di euro per rimetterla in sicurezza, dopo la frana che nel 2012 ha ferito quattro turisti australiani. Nessuno li ha, e allora, l’assessora Paita, candidata del Pd alla carica di Governatrice, stanzia 600 mila euro (su un totale di 2,8 milioni) necessari a riattivare soltanto 300 metri di sentiero, secondo un progetto redatto dal gruppo Rfi, il braccio operativo delle Ferrovie. Il Comune di Riomaggiore ha estromesso il Parco dalla gestione della via dell’amore, vertice evidente della guerra in corso tra la sindaca Cantrigliani e il presidente del Parco, Vittorio Alessandro, che ha addirittura proposto ingressi contingentati. Un uomo di mare, Alessandro, abituato a raccogliere naufraghi con la divisa della Marina appiccicata addosso: una vita nel corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera. Non un politico, che si è ritrovato il primo settembre 2012 a guidare un ente in totale balìa del vento giudiziario. Voglia di normalità (e di agricoltura) “Il primo problema – racconta al Fa t to – è stato quello occupazionale delle cento persone che, attraverso le cooperative, lavoravano per il Parco. Spazzata via la convenzione, abbiamo dovuto indire una gara europea. E così è stato per tutto il resto”. Otto sono i dipendenti dell’ente, una decina i collaboratori che non possono essere stabilizzati perché, per esempio, il ministero dell’Ambiente non riesce a stabilire la pianta organica delle aree marine protette. Eppure in neanche tre anni la macchina-Parco è tornata a funzionare. “Dieci milioni di euro di bilancio, solo tre dei quali provengono da Roma e a Roma tornano sotto forma di Iva per gli eventi – prosegue Alessandro –. Il resto viene dalla vendita delle ‘Cinque terre card’ e viene subito reinvestito. Prima di tutto nella manutenzione dei sentieri e nella promozione: gare podistiche, cantine di vino autoctono mostrate alle guide, un progetto per l’Expo, con le Ferrovie, che porti i visitatori alle Cinque terre. E poi l’attenzione alla terra, nel tentativo di far rivivere terrazzamenti e muretti a secco: il terreno coltivato drena l’acqua e contribuisce a evitare nuove tragedie”. Il Parco ha istituito un Centro studi idrogeologici: professionisti e universitari insieme per creare un piano di interventi strutturali. I soldi non ci sono per quelli, devono arrivare da Roma e chissà se mai se ne avrà coscienza. Però poi guardi Claudio, precario da 12 anni, biologo e marinaio, che ogni giorno – tempo permettendo – va per mare, lo misura, lo osserva, lo scandaglia. Lo coccola. E allora capisci che i sentieri, anche quelli impervi e scoscesi, portano sempre da qualche parte. il fatto quotidiano 15 marzo 2015

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