DOPO LE INCHIESTE E L’ALLUVIONE DEL 2011, IL PARCO È RINATO
MA MANCANO I SOLDI PER GLI INTERVENTI STRUTTURALI
PATRIMONIO UNESCO
Un bilancio da dieci
milioni, due milioni
e mezzo di turisti annui,
iniziative per tenere
coltivata la terra. Senza
poter contare sullo Stato
di Silvia D’Onghia
inviata a La Spezia
C’
è un vecchio
detto da queste
parti: “Quando
vai per sentieri,
cammina rasente al muro e
guarda spesso in alto”. Ieri i
“muri” erano i terrazzamenti
costruiti dall’uomo sui pendii
scoscesi e impervi, a due passi
da quel mare che sembra poter
ingoiare tutto. Oggi i “muri”
se li sta riprendendo la natura,
perché nemmeno la costanza
e la caparbietà
di questo
popolo hanno
potuto fermare
chi, nei
decenni scorsi,
alla fatica sovrumana
dell’agricoltura
ha preferito
quella sopportabile
dei cantieri
navali. E
così le Cinque
Terre rimangono
scolpite nella
loro bellezza accecante
del sole primaverile
dopo un inverno durissimo.
Una bellezza in bilico tra il
paradiso e l’inferno, tra una
stagione ricca di turisti che
gonfiano le tasche dei ristoratori
appena rientrati dalle
ferie e l’incubo, mai sopito,
delle tempeste di fango e di
quelle giudiziarie. A far da
ago, sulla bilancia difficile da
tenere in equilibrio, c’è il Parco
nazionale, 3860 ettari di
terra, il più piccolo d’Italia ma
il più popolato, 4.000 abitanti
per cinque borghi: Riomaggiore,
Manarola, Corniglia,
Vernazza e Monterosso al
Mare.
La ferita aperta
tra arresti e morti
Le ferite non si sono ancora
rimarginate, lo leggi negli occhi
della gente che guarda i
giornalisti con diffidenza. Nel
2010 la magistratura ha spazzato
via un’intera classe dirigente.
A partire dall’allora
presidente del Parco, Franco
Bonanini, per arrivare ad altri
24 indagati, tutti suoi stretti
collaboratori. Lunghe indagini
della Procura della Spezia che illuminarono una – autodefinitasi
– “cricca”, vicina
al Pd regionale e agli ambientalisti
ma anche ai politici nazionali,
attraverso millantate
amicizie con Brunetta, Alfano
e Ghedini. Tredici appartamenti
a disposizione del
Parco e dei suoi ospiti, l’ufficio
del Presidente in una
torretta con porta blindata,
auto e mezzi navali. Bonanini
lo chiamavano il “Faraone”,
per la sua visione accentratrice.
I processi, dopo alcuni
stralci, sono ancora in primo grado e di quella gestione rimangono
strascichi addirittura
sull’Iva appena pagata
(dal 2011) per centinaia di
migliaia di euro.
E l’alluvione, poi, altra ferita a
cielo aperto che gli abitanti di
Vernazza ti indicano, come se
il fango e i cadaveri fossero
ancora lì in piazza. Il 25 ottobre
2011 la pioggia spazzò
via strade e territori, e pure 13
vite. Scandalo di lavori non
eseguiti e di manutenzioni
mal realizzate, corsi di fiumi e
canali non puliti, con una ciclicità
che in Liguria si fa tragedia.
Eppure, ancora oggi, la
lezione non sembra essere
stata imparata: c’è un’inchiesta
in corso sui lavori di ripristino
del parcheggio di
Monterosso, sull’assegnazione
delle opere e su controlli
“taroccati” per ottenere qualche
spicciolo in più.
La via dell’a m o re
e lo spot di Paita
Ci sono sentieri per i quali è
vietato addentrarsi, perché la
saggezza popolare da sola
non basta a evitare le tragedie.
E chi ha il ricordo di quel chilometro
di romanticismo
chiamato “Via dell’amore” lo
custodisca con cura, perché è
molto probabile che quella
strada non apra mai più. Ci
vogliono oltre 10 milioni di
euro per rimetterla in sicurezza,
dopo la frana che nel 2012
ha ferito quattro turisti australiani.
Nessuno li ha, e allora,
l’assessora Paita, candidata
del Pd alla carica di Governatrice,
stanzia 600 mila
euro (su un totale di 2,8 milioni)
necessari a riattivare
soltanto 300 metri di sentiero,
secondo un progetto redatto
dal gruppo Rfi, il braccio operativo
delle Ferrovie. Il Comune
di Riomaggiore ha
estromesso il Parco dalla gestione
della via dell’amore,
vertice evidente della guerra
in corso tra la sindaca Cantrigliani
e il presidente del
Parco, Vittorio Alessandro,
che ha addirittura proposto
ingressi contingentati.
Un uomo di mare, Alessandro,
abituato a raccogliere
naufraghi con la divisa della
Marina appiccicata addosso:
una vita nel corpo delle Capitanerie
di Porto-Guardia
Costiera. Non un politico, che
si è ritrovato il primo settembre
2012 a guidare un ente in
totale balìa del vento giudiziario.
Voglia di normalità
(e di agricoltura)
“Il primo problema – racconta
al Fa t to – è stato quello occupazionale
delle cento persone
che, attraverso le cooperative,
lavoravano per il
Parco. Spazzata via la convenzione,
abbiamo dovuto indire
una gara europea. E così è stato
per tutto il resto”. Otto sono
i dipendenti dell’ente, una
decina i collaboratori che non
possono essere stabilizzati
perché, per esempio, il ministero
dell’Ambiente non riesce
a stabilire la pianta organica
delle aree marine protette.
Eppure in neanche tre anni
la macchina-Parco è tornata a
funzionare.
“Dieci milioni di euro di bilancio,
solo tre dei quali provengono
da Roma e a Roma
tornano sotto forma di Iva
per gli eventi – prosegue Alessandro –. Il resto viene dalla
vendita delle ‘Cinque terre
card’ e viene subito reinvestito.
Prima di tutto nella manutenzione
dei sentieri e nella
promozione: gare podistiche,
cantine di vino autoctono
mostrate alle guide, un progetto
per l’Expo, con le Ferrovie,
che porti i visitatori alle
Cinque terre. E poi l’attenzione
alla terra, nel tentativo di
far rivivere terrazzamenti e
muretti a secco: il terreno coltivato
drena l’acqua e contribuisce
a evitare nuove tragedie”.
Il Parco ha istituito un
Centro studi idrogeologici:
professionisti e universitari
insieme per creare un piano
di interventi strutturali. I soldi
non ci sono per quelli, devono
arrivare da Roma e chissà
se mai se ne avrà coscienza.
Però poi guardi Claudio, precario
da 12 anni, biologo e
marinaio, che ogni giorno –
tempo permettendo – va per
mare, lo misura, lo osserva, lo
scandaglia. Lo coccola. E allora
capisci che i sentieri, anche
quelli impervi e scoscesi,
portano sempre da qualche
parte. il fatto quotidiano 15 marzo 2015
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