Svendola di
Marco
Travaglio
Ci
sono tanti modi per finire una carriera politica.
Quello
che la sorte ha riservato a Nichi
Vendola
è uno dei peggiori, proprio perché Nichi
Vendola
non era tra i politici peggiori. Aveva
iniziato
bene, con un impegno sincero contro le
mafie
e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor
più
cari di quelli che si pagano di solito mettendosi
contro
certi poteri, perché faceva politica
da gay
dichiarato in un paese sostanzialmente
omofobo
e da uomo di estrema sinistra in
una
regione sostanzialmente di destra. Ancora
nel
2005, quando vinse per la prima volta le primarie
del
centrosinistra e poi le elezioni regionali
in
Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti
entusiasmi
e speranze. E forse li meritava
davvero.
Poi però è accaduto qualcosa:
forse
il potere gli ha dato alla testa, forse la coda
di
paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il
sopravvento,
o forse quel delirio di onnipotenza
che
talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha
portato
a pensare che ogni compromesso al ribasso
gli
fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola.
S’è
messo al fianco, come assessore alla Sanità
(il
più importante di ogni giunta regionale)
un
personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto
d’interessi,
come Alberto Tedesco. S’è lasciato
imporre
come vicepresidente un dalemiano
come
Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale
del
sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria
con
Berlusconi. Ha appaltato al gruppo
Marcegaglia
l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato
da
imbarazzanti elogi del Sole
24 Ore quando la
signora
Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con
una
lettera di chiaro stampo berlusconiano, il
pm
Desirée Di Geronimo che indagava su di lui.
Ha
incassato un’archiviazione da un gip risultata
poi in
rapporti amichevoli con lui e la sua
famiglia.
Ha stretto un patto col diavolo del San
Raffaele,
il famigerato e non compianto don Luigi
Verzé,
consegnandogli le chiavi di un nuovo
ospedale
a Taranto da centinaia di milioni. E si è
genuflesso
dinanzi al potere sconfinato della famiglia
Riva,
chiudendo un occhio o forse tutti e
due
sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete
con
troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo
dai
Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani),
non è
un’attenuante, anzi un’aggravante. Non
c’è
una sola ragione plausibile che giustifichi il
rapporto
di complicità “pappa e ciccia” che
emerge
dalla telefonata pubblicata sul sito del
Fatto
fra lui e lo
spicciafaccende-tuttofare dei Riva:
quell’Archinà
che tutti sapevano essere un
grande
corruttore di politici, giornalisti, funzionari,
persino
prelati. Un signore che non si faceva
scrupoli
di mettere le mani addosso ai pochi
giornalisti
non asserviti. In quella telefonata gratuitamente
volgare,
fatta dal governatore per
complimentarsi
ridacchiando con il faccendiere
della
bravata contro il cronista importuno, non
c’è
nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più
deteriore
del termine, nel più vieto luogo comune
del
politico scafato che deve tener conto
dei
poteri forti e delle esigenze occupazionali.
C’è
solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex
rivoluzionario
che si è finalmente seduto a tavola
e il
potente che a tavola ha sempre seduto e
spadroneggia
nel vuoto della politica e dei controlli
indipendenti,
addomesticati a suon di
mazzette.
Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi
del
Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”.
Questo
ovviamente in privato, mentre in
pubblico
proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche
di
Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa
dietro
le quinte. La telefonata con Archinà è peggio
di
qualunque avviso di garanzia, persino di
un’eventuale
condanna. Perché offende centinaia
di
migliaia di elettori che ci avevano creduto,
migliaia
di vittime dell’Ilva e i pochi politici
che
hanno pagato prezzi altissimi per combattere
quel
potere malavitoso. Perché cancella
quello
che di buono (capirai, in otto anni) è stato
fatto
in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo
del
“sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia
faccia
di Nichi. Perché chi ha due facce non
ce
l’ha più, una faccia. Il fatto quotidiano 16 novembre 2013
Bonelli
Nichi si dimetta
La
pioggia delle polveri killer
picchia
ancora su Taranto
di
Sandra
Amurri
Ci
sono responsabilità che
non si
misurano in base al
codice
penale: sono le responsabilità
morali
che un uomo
politico
ha nei confronti delle
persone
che amministra. Per questa ragione, il
presidente
della Regione Puglia, Nichi Vendola,
dovrebbe
dimettersi”. È la risposta del leader dei
Verdi,
Angelo Bonelli, all’intercettazione telefonica
in cui
Vendola, ridendo, commenta con Girolamo
Archinà
lo “scatto felino” con il quale il
capo
delle relazioni esterne dell’Ilva ha strappato
il
microfono al cronista Luigi Abbate: “Un provocatore”
che
poneva domande sulle morti a Riva.
UNA
VERITÀ, che come ha
sottolineato Bonelli, è
emersa
grazie alla Procura di Taranto che “ha
fatto
quello che non ha fatto la politica a cominciare
dall’indagine
epidemiologica che avrebbe
stabilito
un nesso tra inquinamento e mortalità”.
Nel
maggio 2012 Vendola, a proposito di Bonelli,
disse:
“È un forestiero che non conosce né ama
Taranto,
un piccolo avvoltoio che cinicamente è
venuto
qui per costruire la sua fortuna elettorale”.
Vendola
ha invece disertato l’invito del vescovo
di
Taranto, Filippo Santoro, a partecipare
pochi
giorni fa al convegno “Ambiente, Salute,
Lavoro,
un cammino possibile per il Bene Comune”,
un
confronto con associazioni ambientaliste,
docenti
del Politecnico di Bari e il ministro
dell’Ambiente
Andrea Orlando. Mentre a Taranto
l’ultimo
funerale di un padre, di un marito, di
un
figlio di 38 anni si è svolto alcuni giorni dopo
la
visita all’oncologico Moscati della ministra
della
Salute, Beatrice Lorenzin, che al termine del
convegno
è scappata sottraendosi alle domande
dei
giornalisti. Lui, Francesco Pignatelli, con le
poche
forze che ancora gli restavano, dilaniato
dai
dolori ha aperto gli occhi e sospirato: “Sono
onorato,
grazie”, a lei che girava tra i reparti per
scoprire
cosa fosse nella realtà l’emergenza sanitaria.
Storie
uguali, con nomi diversi, accomunate
dalla
malattia e dalla morte per cancro in
una
città dilaniata dall’inquinamento. Dove, con
dati
scientifici alla mano, i forni a caldo sono stati
definiti
causa di morte per operai e cittadini.
Una
storia che parte da lontano, denunciata nel
1965
dall’ufficiale sanitario di Taranto, il dottor
Leccese.
“Nel 2000, 12 anni prima della perizia
epidemiologica
ordinata dal gip, Patrizia Todisco,
i
medici dell’Inail denunciarono che i tumori
in
meno di 20 anni erano raddoppiati, e i quartieri
prossimi
all’area industriale avevano valori
di
mortalità quasi tripli rispetto al resto della città
e per
gli operai il rischio derivante al benzo(a)pirene
era 10
mila volte maggiore della soglia di
rischio
minimo”, ha spiegato la dottoressa Anna
Maria
Moschetti a nome di tutte le associazioni
ambientaliste
al convegno organizzato dal vescovo.
Invece
di intervenire, il “governo ha sottratto
al
sequestro l’acciaieria consentendole di continuare,
autorizzata,
la produzione. Con la garanzia
che
con il rispetto delle prescrizioni Aia, sia la
produzione
dell’acciaio, definita
“strategica
per la nazione”,
sia la
vita della popolazione sarebbero
state
garantite. Ma non
esiste
nessuna prova scientifica
che
confermi questa affermazione
come
vera. Al contrario la
Valutazione
di danno sanitario dell’Arpa ha dimostrato
che al
“2016, ad Aia attuata, ancora 12
mila
tarantini, uomini, donne e bambini, saranno
esposti
al rischio di avere un cancro che la
scienza
definisce di “misura inaccettabile”.
E
CHE “LA “P I O G G I A” sulla
città di alcuni inquinanti
killer
come “il piombo neurotossico, incriminato
di
ridurre potenzialmente il quoziente
intellettivo
dei bambini esposti, piombo che i tarantini
urinano
in quantità, che contamina l’erba
dei
giardinetti, non diminuirà affatto e che ad Aia
attuata
l’immissione di Pcb cancerogeni e composti
benzenici
cancerogeni aumenterà”.
A gran
voce eminenti epidemiologi hanno chiesto
interventi
di prevenzione, un sistema di sorveglianza,
parole
cadute nel vuoto della politica
come
il potenziamento dei presidi straordinari e
del
personale per offrire diagnosi tempestive. Da
ridere
non c’è nulla, ci sarebbe tanto da piangere
se con
le lacrime non fosse finita anche la speranza.
Il
fatto quotidiano 16 novembre 2013



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