sabato 16 novembre 2013

Nichi Vendola e le risate disgraziate sui controlli deviati sull'Ilva: triste fine carriera e ancora peggio per i cittadini avvelanati e truffati


Svendola di Marco Travaglio
Ci sono tanti modi per finire una carriera politica.
Quello che la sorte ha riservato a Nichi
Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi
Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva
iniziato bene, con un impegno sincero contro le
mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor
più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi
contro certi poteri, perché faceva politica
da gay dichiarato in un paese sostanzialmente
omofobo e da uomo di estrema sinistra in
una regione sostanzialmente di destra. Ancora
nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie
del centrosinistra e poi le elezioni regionali
in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti
entusiasmi e speranze. E forse li meritava
davvero. Poi però è accaduto qualcosa:
forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda
di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il
sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza
che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha
portato a pensare che ogni compromesso al ribasso
gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola.
S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità
(il più importante di ogni giunta regionale)
un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto
d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato
imporre come vicepresidente un dalemiano
come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale
del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria
con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo
Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato
da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la
signora Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con
una lettera di chiaro stampo berlusconiano, il
pm Desirée Di Geronimo che indagava su di lui.
Ha incassato un’archiviazione da un gip risultata
poi in rapporti amichevoli con lui e la sua
famiglia. Ha stretto un patto col diavolo del San
Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi
Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo
ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è
genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia
Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e
due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete
con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo
dai Riva (diversamente da Berlusconi e Bersani),
non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non
c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il
rapporto di complicità “pappa e ciccia” che
emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del
Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva:
quell’Archinà che tutti sapevano essere un
grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari,
persino prelati. Un signore che non si faceva
scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi
giornalisti non asserviti. In quella telefonata gratuitamente
volgare, fatta dal governatore per
complimentarsi ridacchiando con il faccendiere
della bravata contro il cronista importuno, non
c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più
deteriore del termine, nel più vieto luogo comune
del politico scafato che deve tener conto
dei poteri forti e delle esigenze occupazionali.
C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex
rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola
e il potente che a tavola ha sempre seduto e
spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli
indipendenti, addomesticati a suon di
mazzette. Il darsi di gomito fra gli eterni marchesi
del Grillo, “io so’ io e voi nun siete un cazzo”.
Questo ovviamente in privato, mentre in
pubblico proseguivano le “narrazioni” e le “fabbriche
di Nichi”. La poesia sulla scena, la prosa
dietro le quinte. La telefonata con Archinà è peggio
di qualunque avviso di garanzia, persino di
un’eventuale condanna. Perché offende centinaia
di migliaia di elettori che ci avevano creduto,
migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici
che hanno pagato prezzi altissimi per combattere
quel potere malavitoso. Perché cancella
quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato
fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo
del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia
faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non
ce l’ha più, una faccia. Il fatto quotidiano 16 novembre 2013

Bonelli Nichi si dimetta
La pioggia delle polveri killer
picchia ancora su Taranto

di Sandra Amurri
Ci sono responsabilità che
non si misurano in base al
codice penale: sono le responsabilità
morali che un uomo
politico ha nei confronti delle
persone che amministra. Per questa ragione, il
presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola,
dovrebbe dimettersi”. È la risposta del leader dei
Verdi, Angelo Bonelli, all’intercettazione telefonica
in cui Vendola, ridendo, commenta con Girolamo
Archinà lo “scatto felino” con il quale il
capo delle relazioni esterne dell’Ilva ha strappato
il microfono al cronista Luigi Abbate: “Un provocatore”
che poneva domande sulle morti a Riva.
UNA VERITÀ, che come ha sottolineato Bonelli, è
emersa grazie alla Procura di Taranto che “ha
fatto quello che non ha fatto la politica a cominciare
dall’indagine epidemiologica che avrebbe
stabilito un nesso tra inquinamento e mortalità”.
Nel maggio 2012 Vendola, a proposito di Bonelli,
disse: “È un forestiero che non conosce né ama
Taranto, un piccolo avvoltoio che cinicamente è
venuto qui per costruire la sua fortuna elettorale”.
Vendola ha invece disertato l’invito del vescovo
di Taranto, Filippo Santoro, a partecipare
pochi giorni fa al convegno “Ambiente, Salute,
Lavoro, un cammino possibile per il Bene Comune”,
un confronto con associazioni ambientaliste,
docenti del Politecnico di Bari e il ministro
dell’Ambiente Andrea Orlando. Mentre a Taranto
l’ultimo funerale di un padre, di un marito, di
un figlio di 38 anni si è svolto alcuni giorni dopo
la visita all’oncologico Moscati della ministra
della Salute, Beatrice Lorenzin, che al termine del
convegno è scappata sottraendosi alle domande
dei giornalisti. Lui, Francesco Pignatelli, con le
poche forze che ancora gli restavano, dilaniato
dai dolori ha aperto gli occhi e sospirato: “Sono
onorato, grazie”, a lei che girava tra i reparti per
scoprire cosa fosse nella realtà l’emergenza sanitaria.
Storie uguali, con nomi diversi, accomunate
dalla malattia e dalla morte per cancro in
una città dilaniata dall’inquinamento. Dove, con
dati scientifici alla mano, i forni a caldo sono stati
definiti causa di morte per operai e cittadini.
Una storia che parte da lontano, denunciata nel
1965 dall’ufficiale sanitario di Taranto, il dottor
Leccese. “Nel 2000, 12 anni prima della perizia
epidemiologica ordinata dal gip, Patrizia Todisco,
i medici dell’Inail denunciarono che i tumori
in meno di 20 anni erano raddoppiati, e i quartieri
prossimi all’area industriale avevano valori
di mortalità quasi tripli rispetto al resto della città
e per gli operai il rischio derivante al benzo(a)pirene
era 10 mila volte maggiore della soglia di
rischio minimo”, ha spiegato la dottoressa Anna
Maria Moschetti a nome di tutte le associazioni
ambientaliste al convegno organizzato dal vescovo.
Invece di intervenire, il “governo ha sottratto
al sequestro l’acciaieria consentendole di continuare,
autorizzata, la produzione. Con la garanzia
che con il rispetto delle prescrizioni Aia, sia la
produzione dell’acciaio, definita
strategica per la nazione”,
sia la vita della popolazione sarebbero
state garantite. Ma non
esiste nessuna prova scientifica
che confermi questa affermazione
come vera. Al contrario la
Valutazione di danno sanitario dell’Arpa ha dimostrato
che al “2016, ad Aia attuata, ancora 12
mila tarantini, uomini, donne e bambini, saranno
esposti al rischio di avere un cancro che la
scienza definisce di “misura inaccettabile”.
E CHE “LA “P I O G G I A” sulla città di alcuni inquinanti
killer come “il piombo neurotossico, incriminato
di ridurre potenzialmente il quoziente
intellettivo dei bambini esposti, piombo che i tarantini
urinano in quantità, che contamina l’erba
dei giardinetti, non diminuirà affatto e che ad Aia
attuata l’immissione di Pcb cancerogeni e composti
benzenici cancerogeni aumenterà”.
A gran voce eminenti epidemiologi hanno chiesto
interventi di prevenzione, un sistema di sorveglianza,
parole cadute nel vuoto della politica
come il potenziamento dei presidi straordinari e
del personale per offrire diagnosi tempestive. Da
ridere non c’è nulla, ci sarebbe tanto da piangere
se con le lacrime non fosse finita anche la speranza.

Il fatto quotidiano 16 novembre 2013

Nessun commento: