Promesse mancate
Al posto della fabbrica
doveva nascere un
Sea Park, il progetto
non fu mai realizzato
VINCENZO IURILLO
L’
ultimo è deceduto a
dicembre, a 66 anni.
Per un male incurabile.
Si è aggiunto a una
lista di 60 casi di morti di tumore
negli ultimi 20 anni tra
gli ex operai della Ideal Standard
di Salerno. E a chissà
quanti malati. La fabbrica è
stata chiusa nel 1998. L’area di
110.000 metri quadri avrebbe
dovuto essere riconvertita
prima in un parco marino e poi
in una centrale termoelettrica,
alcuni dei progetti nati e abortiti
con le giunte di Vincenzo
De Luca e dei suoi sodali.
Ora c’è solo il rudere di un vecchio
opificio, vetrate in frantumi,
rifiuti interrati nelle vasche,
una è rimasta parzialmente
allo scoperto. Quel che
rimane di un’attività di produzione
di sanitari nell’ex area
industriale, cessata il 31 dicembre
1998: in quel momento
la fabbrica contava 214 lavoratori.
Erano quasi tutti impiegati
in attività a contatto
con l’amianto. Presente negli
impasti delle ceramiche, nel
rivestimento del tetto dei capannoni,
nei forni della cottura
e della ricottura dei pezzi
“intaccati e riparati”, nella
coibentazione dei tubi di aerazione,
trasmissione, acqua e
vapore. Nessuno ha mai accertato
un collegamento tra
l’amianto e la strage silenziosa
che ha sterminato gli ex operai
della Ideal Standard.
UN BUCO NERO avrebbe inghiottito
nel nulla il caso, se il
quotidiano Cronache del Salernitano,
diretto da Tommaso
D’Angelo, non avesse deciso
di sviscerarlo. Così un giornalista
d’inchiesta, Andrea
Pellegrino, ha dato voce alle
testimonianze dei sopravvissuti,
in salute precaria, e alle
loro documentazioni cliniche,
affidate all’avvocato Anna Amantea,
esperta in diritto ambientale.
I servizi giornalistici
e le interviste hanno risvegliato
ricordi e coscienze, un esposto
ha messo in preallarme Asl
e Arpac, un altro lo ha preparato
la Cisl e lo ha depositato in
procura. E sono riemersi i dolori
e le delusioni di un fallimento
industriale, politico e
sociale: la mancata riconversione
dell’Ideal Standard.
Questa storia e la sua scia di
morti e malattie comincia il 10
luglio 1998, quando gli operai
della fabbrica di sanitari (ritmo
di produzione, circa
400.000 pezzi all’anno) leggono
in bacheca l’an n un ci o
della chiusura e si arrendono
senza lottare. Nemmeno un
minuto di sciopero. Sono incantati
dalla promessa di un
reimpiego nel nascente Sea
Park, il parco acquatico che avrebbe
dovuto nascere su quei
suoli grazie all’arrivo di capi
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