domenica 8 marzo 2015
8 MARZO NON MIMOSE MA OPERE DI BENE SONO MENO PAGATE DEGLI UOMINI (-41%),
NON POSSONO FARE
CARRIERA, FATICANO
AD ACCEDERE AI RUOLI
DI COMANDO, HANNO
PERSO PERFINO
IL MINISTERO DELLE PARI
OPPORTUNITÀ. PERÒ
HANNO UN GIORNO
A L L’ANNO, UNO SOLO,
TUTTO PER LORO.
LE DONNE DEL “FAT TO ”
SPIEGANO PERCHÉ
QUELLA DATA NON
BASTA. CARE LETTRICI,
SCRIVETECI CHE COSA
VI AUGURATE PER UNA
FESTA DIVERSA
L’EVENTO ROSA
L’Assemblea generale dell’Onu con una risoluzione
adottata il 16 dicembre 1977 propose
ai Paesi aderenti di istituire l’8 marzo la “Gior -
nata internazionale per i diritti delle donne”.
I NUMERI SULLE VIOLENZE
Secondo un rapporto dell’O rgan i z z a z i o n e
mondiale della sanità (Oms), una donna
su tre nel mondo è vittima di violenze
da parte del partner o di altri.
NON MI PIACE la Festa della donna, così
come non mi piacciono le quote rosa. Sanno
di riserva indiana. Ma in un Paese come
il nostro – in cui le donne sono ancora,
purtroppo, in una riserva indiana per diritti,
possibilità di carriera, discriminazione,
violenza subita – è forse un male necessario:
un’occasione per farsi sentire e,
possibilmente, cambiare le cose. Abbiamo
tante ministre donne, ma non una alle
Pari Opportunità, come se non ce ne fosse
bisogno, e già questo vuol dire molto. Se ci
fosse, le chiederei un’unica cosa: reale e piena parità tra uomini
e donne sul lavoro, a cominciare dalla retribuzione. In
Italia le donne – pur essendo più laureate degli uomini – l avorano
meno di loro e, se lavorano, hanno posti più precari e
salari inferiori: in media il 9 per cento in meno a parità di
qualifica. La violenza e i femminicidi, che sono emergenza
nazionale, sono anche aberrante conseguenza di questa discriminazione
sociale, che con la crisi si è aggravata. Se le
donne vengono considerate meno degli uomini in ufficio, lo
saranno pure in casa, no?
Allora risparmiateci la retorica della Festa della donna, del solo
giorno all’anno in cui “le donne sono un patrimonio”, della
legge sul femminicidio in cui infilate anche le Province, e fate
qualcosa di davvero utile: parità occupazionale, di retribuzione
e di carriera. Perché si possa finalmente dire, ogni giorno
dell’anno: è la persona migliore per occupare quel posto, la più
brava e la più competente. Uomo o donna non conta.
PER ME L’8 MARZO è la festa degli uomini.
È l’unico giorno dell’anno in cui li stimo
pienamente, perché nessuno mi fa mai
gli auguri o mi regala un fiore da anni.
Quando ho chiesto spiegazioni ad alcuni
amici o fidanzati del momento mi hanno
sempre risposto: “Non ce la vedo una come
te che dà importanza a una festa da donnetta
vetero femminista”. Io detesto il concetto
quote rosa, le feste dedicate e la retorica
boldriniana, tutte queste cose non
mi fanno sentire una donna, ma un caso
umano. In ogni campo, a parte eccezioni, anche in quelli che
dovrebbero essere di competenza più femminile, al vertice della
piramide ci sono gli uomini. Perfino nei campi che gli uomini duri
liquidano come cose da donnette. Noi siamo pettegole e parrucchiere
però poi le riviste di gossip le dirigono gli uomini. Noi
stiamo dietro a scarpe e vestiti però il presidente della camera
della moda è un uomo.
Le mimose comprate al semaforo le scarti a casa e si polverizzano
tipo la tomba egizia appena l'archeologo toglie i sigilli.
Cene tra amiche per carità. Non amo il cameratismo femminista.
Non amo neppure il neologismo “fe m m i n i c i d i o” p e rc h é
lascia presupporre, appunto, che la violenza sulle donne sia una
novità. I mariti e padri padroni di una volta forse ce li siamo
dimenticati. Le scarpe rosse non le appendo. Le indosso. Avremo
la parità quando nessuno ci riterrà meno credibili per una
decoltè rosso fuoco.
NON C’È FESTA più ipocrita dell’8 marzo.
Non è solo colpa degli uomini: ogni anno
truppe di scalmanate si riversano nelle pizzerie
per darsi alla trasgressione (un calco
del già avvilente ideal-tipo trasgressivo maschile)
e schiere di rispettabili signore fanno
letture seriose, pur di fare qualcosa che gli
altri giorni non possono fare: pensarsi libere.
Da ricorrenza inventata dalle tetragone
operaie della Russia pre-rivoluzionaria per i
diritti delle donne, la Giornata internazionale
della donna si è trasformata in una specie
di Carnevale del sessismo benevolo, in cui vengono sovvertite
tutte le regole a patto che il giorno dopo si riaffermi lo status quo.
Il femminismo sosteneva la forza e l’autonomia delle donne; ora è
una retorica moralista che in alleanza inconsapevole col maschilismo
vede nella donna una figura debole e dipendente.
La formula “i diritti delle donne” si è logorata fino a non significare
più nulla, se le donne delegano a tutelarli quegli uomini che hanno
la bontà di promuoverle. Le donne di potere sanno che la retorica
della doglianza è una garanzia di inattaccabilità. C’è la festa della
mamma, del papà, del gatto, degli innamorati e della donna, mentre
non c’è una festa dell’uomo. Segno che in un mondo di uomini
e donne, quella dell’uomo si tiene 364 giorni all’anno. Io l’8 marzo
non farò nulla, dove questo far nulla non ha alcun intento polemico
né contro “i diritti delle donne” né contro chi fa finta di
assecondarli negandoli: è il semplice far nulla di chi rifiuta l’alte
r n a t i va .
DANIELA RANIERI
Meglio far nulla che celebrare
i 364 giorni di “festa dell’u o m o”
LUISELLA COSTAMAGNA
Cominciamo dal ministro delle
Pari Opportunità (che non c’è)
SELVAGGIA LUCARELLI
Niente quote rosa, ci fanno
diventare solo casi umani
PARLANDO TRA NOI, carissime donne
italiane, cos’è che non abbiamo? Non abbiamo
autorità né rilevanza politica, non
abbiamo club esclusivi di potere economico,
non abbiamo né banche né eserciti
né pozzi di petrolio… ma abbiamo l’8 marzo.
Tra le nostre fila non abbiamo versioni
femminili statisticamente significative di
dittatori sanguinari, serial killer, avvelenatori
di pozzi, violentatori, mafiosi, trafficanti
di carne umana, torturatori… ma
abbiamo l’8 marzo. Rare eccezioni a parte,
non abbiamo la possibilità di contemplare buoni esempi di
corretta amministrazione, pratiche di pace sul pianeta, cura
dell’ambiente, tutela dei deboli, libertà di culto, motivi ragionevoli
di felicità… ma abbiamo l’8 marzo. L’8 marzo è
domani.
Un direttore di buona volontà mi chiede di scrivere di questo
8 che ci celebra e ci perseguita, ci irrita e ci rende indulgenti.
Per l’ennesima volta faremo finta di niente in attesa che passino
articoli e convegni, facendo buon viso a cattivo gioco,
mentre il nostro segreto monologo interiore sull’8 marzo rimane,
per fortuna, inespresso. Cent’anni di solitudine ci hanno
insegnato la prudenza e soprattutto che “non si butta
n i e n te ”. In futuro, quando saremo meno stanche, forse la
prossima volta forse chissà quando, propongo di immaginare
un 8 marzo memorabile e totalitario, un 8 marzo che passi alla
storia e che nessuno, su questo pianeta, possa più diment
i c a re .
AMEREI ANCORA di più l’arrivo della primavera
se non fosse infestata da una ricorrenza
che mi provoca autentica angoscia:
quella dell’8 marzo, col suo stanco
corredo di mimose e di incoraggiamenti
istituzionali. Già verso fine febbraio comincio
a guardare preoccupata l’albero dello
sfortunato fiore davanti casa di mio suocero,
che a causa del cambiamento climatico
inizia a sbocciare prima del tempo, ricordandomi
l’infausta festività dal senso
eva n e s ce n te .
Dobbiamo festeggiare la donna e la sua femminilità? Allora
perché snocciolare tristi litanie che ricordano i dati sulla disoccupazione
femminile, la differenza negli stipendi, l’a ss e n za
di servizi? Dobbiamo, al contrario, denunciare con veemenza la
condizione femminile per cambiarla? Allora che senso ha stracciarsi
le vesti per ventiquattr’ore, invece di legare la ricorrenza a
qualche obiettivo concreto – e vincolante – per la classe politica?
Vista l’indifferenza di quest’ultima per la situazione delle
donne italiane (ma d’altronde: anche dei poveri, dei giovani,
degli immigrati e via dicendo e a pensarci bene allora ci vorrebbe
la Festa del giovane, dell’immigrato, del povero) molto meglio
sarebbe una coerente indifferenza alla celebrazione. Però un
buon proposito per questo 8 marzo ce l’avrei: aboliamo la rassicurante
idea che le donne alla fine, tra lavoro, casa e figli, “si
a r ra n g i a n o”. O meglio: usiamo il verbo nel suo vero significato.
Sì, spesso si arrangiano: cioè rinunciano, subiscono, restano
frustrate e deluse. Almeno, diciamo le cose come stanno.
SABINA CIUFFINI
Immaginiamo qualcos’a l t ro,
quando saremo meno stanche
ELISABETTA AMBROSI
Aboliamo l’idea che, in qualche
modo, “ci arrangiamo sempre”
a cura di Caterina Minnucci
C
i sono due fatti storici che nell’immaginario collettivo
sono legati alle celebrazioni per la Festa della donna: il
rogo della fabbrica Cotton a New York
dove nel 1908 persero la vita 62 operaie
e quando in Russia, nel 1917, le donne
di San Pietroburgo scesero in piazza per
chiedere la fine della guerra, dando così
vita alla “rivoluzione russa di febbraio”
che ispirò la Seconda conferenza internazionale
delle donne comuniste dell’8
marzo. Abbiamo chiesto ad alcune firme e amiche del Fa t to
Quotidiano di raccontarci se domani festeggeranno. E se
non lo faranno, cosa pensano bisognerebbe fare di “diverso”
dal solito il giorno della Festa della donna.
E che cosa vorrebbero ricevere dagli uomini al posto delle
solite mimose, alle quali ormai sono allergiche. Le stesse
domande (che farete o fareste per vivere un 8 marzo diverso)
rivolgiamo alle nostre lettrici, perché ci rispondano
all’indirizzo lettere@ilfattoquotidiano.it Le migliori risposte
verranno pubblicate sul Fa t to di domani SILVIA TRUZZI
Oddio, anche “o t to”e“m a r zo”
sono maschi. Che dirà la Boldrini?PA RT I A M O dalla grande emergenza: “Ot -
t o” e “m a r zo” sono entrambi maschili. Dove
sono le nostre politichesse, le legislatore,
le amministratore? Che fanno? Possibile
che sia ancora in vigore il calendario
Gregoriano (ooo!) dove tutti i mesi e i giorni
sono virili? Non è vita.
E cambiate fiore: la mimosa puzza e lascia
la polverina gialla. Poi chi li lava i vestiti?
Non dite la lavatrice, anche la lavatrice è
una di noi. Noi siamo quelle del gender gap,
del “ruolo sociale multiplo”, degli stereotipi
nelle pubblicità. Noi non serviamo a tavola l'oppressore, noi portiamo
i pantaloni come l'oppressore. Non siamo in cerca di guai,
e nemmeno davanti al telefono che non suona mai. Siamo donne
liberate, preferiamo il paladino all’arrotino; siamo moderne e aggiornate:
via il diritto alla parità, ecco il diritto alla differenza e alla
conferenza. La conferenza è come la tavola rotonda “sull’impren -
ditorialità al femminile”: non si nega a nessuna. Siamo avvocate,
sindache, ministre, un po’ lady Oscar e pure ladylike, dopotutto
mascara fa rima con fanfara e carriera con banchiera. Per fortuna
c’è la presidenta Boldrini che dà voce alle nostre necessità più
urgenti come “l'adeguamento del linguaggio parlamentare al
ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e
al pieno rispetto delle identità di genere”. Eppure, nonostante gli
editti, qualche maschilista-sciovinista osa ancora spiritosaggini
tipo “quello che le donne dicono è peggio di quello che non dico
n o”.(Ps: mala tempora sarà mica femminile?) VERONICA GENTILI
I fiori non bastano più a distrarci:
passerete alle droghe pesanti?DIETRO OGNI GRANDE uomo c’è sempre
una grande donna. Che a questo punto
però si sarebbe anche stufata di stare
dietro e si metterebbe volentieri davanti.
Sperando che il grande uomo appena retrocesso
in seconda linea non si trasformi
in un piccolo uomo. Qualora gli uomini,
piccoli o grandi che siano, dovessero sentirsi
usurpati e vessati da queste grandi
donne impostesi in prima fila, si suggerisce
l’introduzione delle quote blu, che
permettano al maschio un minimo garantito
di posti al sole, in nome della parità di genere. Per
quanto riguarda il tentativo di utilizzare la mimosa come
sedativo per ammansire e chetare le velleità femminili, si fa
presente che nel fiore non sono state riscontrate proprietà
lisergiche. Volendo quindi persistere nel sabotaggio della
parità di genere estesa a tutti i giorni dell’anno mediante
omaggio floreale una tantum, si suggerisce di mettersi in
cerca di sostanze dal comprovato valore psicotropo, dirottando
dal fioraio allo spacciatore. Forse solo sotto l’effetto di
droghe pesanti, i panda in gonnella potranno trovare appropriata
una festa che li consacri ufficialmente a specie
protetta. Le donne hanno sperimentato e continuano a sperimentare
in prima persona le vessazioni su coloro che vengono
percepiti come più deboli e questo deve renderle particolarmente
sensibili a derive politiche retrive che, senza
neanche farne troppo mistero, ammiccano alla supremazia
del più forte.ROBERTA DE MONTICELLI
Russia 1917, Italia 1946:
festeggiamo i diritti civili 8 MARZO 1917, le donne di San Pietroburgo
scendono in piazza per chiedere la
fine della guerra, dando vita alla “r i vo l u -
zione russa di febbraio”. Non per distrazione
muliebre, ma perché in Russia vigeva
ancora il calendario giuliano, in luogo di
quello gregoriano. Magari fosse continuata
così, la rivoluzione russa, come finì la sua
primavera. Con la proclamazione da parte
della Duma di libertà di parola, di stampa,
di associazione, di riunione e di sciopero;
eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge
senza limitazioni di condizione, di religione e di nazionalità;
abolizione della polizia, sostituita dalla milizia popolare; convocazione
di un’Assemblea costituente ed elezioni delle amministrazioni
locali per voto universale, diretto, eguale e segreto;
diritti civili garantiti ai militari compatibilmente con il
servizio… 8 marzo 1946, per la prima volta, tutta l'Italia ricorda
la Festa della donna. L’Italia è incinta della sua Costituzione.
Nascerà bellissima, vivrà nella miseria. Maggio 1968. Si festeggia
il ventennale della Dichiarazione Universale dei Diritti
umani. Jeanne Hersch, il più grande dei miei maestri, dirige la
sezione di filosofia dell’Unesco. E impegna le risorse di quell’organizzazione
raccogliendo testi tratti dalle tradizioni e culture
del mondo, anteriori al 1948, “in cui si manifestasse, in qualunque
forma, un senso dei diritti dell’uomo come tale”. 8 marzo
2015. È appena uscita la nuova traduzione italiana di questa
magnifica Antologia mondiale della libertà. Vorrei farne omaggio
a Lady Pesc, perché un’idea le si accenda in cuore. BARBARA SPINELLI
Celebrare così un genere
significa chiudere una gabbia È LA PRIMA VOLTA che scrivo sulla festa
delle donne, e probabilmente l’ultima.
Non mi piacciono le feste “di genere”, come
non mi piacerebbero giorni dedicati a
una razza. Penso che ogni essere umano
abbia più radici, più essenze e propensioni:
naturali o non naturali. Non mi piace
essere definita, e appena qualcuno lo
fa cerco di dirgli che in quella definizione
non mi riconosco, se non parzialmente.
Ogni definizione la considero una gabbia,
anche se distinguere è necessario sempre.
Ogni festa in onore di tale definizione ha il potere, temibile,
di confermare ed esaltare la gabbia, dunque una sorta
di surrettizia intoccabilità e separatezza. Non mi piacerebbe
neppure una festa dell’essere umano, e non ho mai capito
l’usanza di alzarsi un piedi, quando nella liturgia cristiana si
ricorda la Creazione e si evoca il giorno in cui Dio creò l’u o m o.
Mi sembra un giorno infausto: bisognerebbe sprofondare,
piuttosto che di ergersi trionfalmente. Infine: m’i n fa s t i d i s ce
l’abitudine, apparsa in Germania negli anni 70 e oggi diffusa in
Italia, di storpiare la scrittura con il ricorso al maschile-femminile:
compagni(e), amici/amiche, cari/care. Aspetto con
timore il momento in cui scriveremo, perché imposto dall’etichetta
femminista: Dio/Dea. Avrete capito che guardo al femminismo
con un certo distacco prudenziale. Come Doris Lessing,
sono convinta che il femminismo ha fatto molte nobili
battaglie (e ancora molte avrà da farne), ma ha causato non
pochi danni, e durevoli, nel rapporto fra uomini e donne. Il fatto quotidiano 7 marzo 2015
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