SCONTRO DI LOBBY LA PROTESTA DEL M5S Il governo rinuncia a difendere consumatori e agricoltori e recepisce una norma europea che consente di indicare solo la sede legale dell’azienda e non dov’è la produzione
di Virginia Della Sala
Mentre a Milano si celebra il made in Italy con i primi eventi
ufficiali dell’Expo, dalle etichette alimentari italiane scompare
l'obbligo, vigente dal 1992, di indicare lo stabilimento di produzione
del cibo. Per averlo, 23 anni fa l’Italia si era battuta a lungo
con l’Unione Europea. Oggi, con la ridefinizione delle regole europee
in tema di trasparenza per il consumatore (entrate in vigore
a dicembre) le aziende che hanno sede legale in Italia non hanno
più l’obbligo di specificare dove producono. Di fronte al regolamento,
la legge italiana è stata scavalcata e il governo non ha
notificato al Bruxelles la volontà di mantenere la disciplina precedente.
Poteva farlo con una semplice richiesta. Invece no.
SULLA QUESTIONE, NEI MESI SCORSI, è più volte intervenuto il
Movimento 5 Stelle. Due giorni fa l’ultima interpellanza al ministro
dello Sviluppo Federica Guidi e a quello delle Politiche agricole
Maurizio Martina. “L’Ue dà gli indirizzi in materia, ma lascia anche
libertà sulla base delle esigenze nazionali –spiega al Fa t to la deputata
Cinque Stelle Silvia Benedetto - E il governo perde tempo, nonostante
il regolamento europeo sia stato licenziato nel 2011”. Neanche
i ministeri sembrano essere concordi. Prima di Natale, con una
lettera, il ministro Martina aveva sollecitato la Guidi a operare per la
reintroduzione della norma. A gennaio, la Guidi aveva replicato
con l’annuncio di tavoli di lavoro per una “equilibrata e unitaria
posizione del governo” da esprimere a livello europeo. “Mi sembra
un po’tardi –spiega ancora la Benedetto –Quanto ci vuole a inviare
una lettera? La verità è che l’eliminazione della norma è importante
per il comparto industriale: forse la Guidi non vuole scontentare le
aziende che si fregiano del Made in Italy, ma non lo producono? ”.
Rimuovere l’obbligo di indicare il luogo di produzione, infatti, permette
di delocalizzare la lavorazione, di spostare all’estero fabbriche
e operai e intanto continuare a godere dello status di marchio italiano.
A spiegarlo al Fa t to è Vito Gulli, presidente dell’azienda Asdomar
(il tonno a filetti) che, nel 2014, ha fatturato 190 milioni di euro
e ha acquisito Manzotin e De Rica. Gulli ha due stabilimenti, uno in
Italia per la produzione del tonno e uno in Portogallo per le altre
varietà di pesce. “Per me sarebbe facile non indicare più il luogo di
produzione – spiega il paradosso – Potrei produrre tutto in Portogallo
e far credere agli italiani che invece sono ancora qui. E mi
crederebbero, forte di tutte le campagne per la tutela del made in
Italy che ho sostenuto fino ad oggi”. L’eliminazione di questa norma
incentiva quindi le multinazionali che vogliono i benefici del
mate in Italy senza pagarne il giusto costo: comprano un marchio,
lasciano in Italia la sede legale e poi spostano la produzione dove è
più conveniente. “È l’Italian Sounding fatto in Italia. Si spaccia come
italiano un prodotto che di italiano non ha proprio più nulla: nè le
materie prime, nè il valore aggiunto”.
A confermare la tesi di Gulli, ci sono gli ultimi dati della Coldiretti:
il 33 per cento delle materie prime del settore alimentare italiano
viene dall’estero. Due prosciutti su tre sono prodotti con maiali
allevati in altri Paesi, tre cartoni di latte a lunga conservazione su
quattro sono stranieri e oltre un terzo della pasta è ottenuto con
grano non coltivato in Italia. Delle mozzarelle, la metà è prodotta
con latte e cagliate straniere. “Non siamo un paese produttore di
materie prime e non abbiamo l’obbligo di indicarne la provenienza,
se non per alcuni tipi di prodotti come la carne – spiega Vito Gulli –
Ci rimangono solo la manifattura, la tecnica e la produzione. Se tutti
se ne vanno, e le regole europee e italiane lo permettono, non ci resta
nulla. Un paese senza operai e senza contadini è destinato a morire”.
A Portici, in Campania, c’è Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno.
È un ente sanitari di diritto pubblico per il controllo della sanità
animale e la qualità degli alimenti. Di fronte alle frequenti inchieste
Cibo italiano, la guerra (persa) dell’etichetta il fatto quotidiano 8 febbraio 2015
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento