mercoledì 14 gennaio 2015

Nei mari con Greenpeace

Scaffale. «Una vita da attivista»: il libro di Caterina Nitto che racconta la sua esperienza a bordo delle navi che vogliono fermare la distruzione del pianeta
Atti­vi­sta. È una bella parola. Con un signi­fi­cato forte. È qual­cuno che s’impegna per qual­cosa, magari anche andando oltre i limiti, per­so­nali o istituzionali.
Cate­rina Nitto ha 41 anni e ha da rac­con­tare Una vita da atti­vi­sta, come recita il titolo del suo libro (Mon­da­dori). Ha ini­ziato gio­vane: quando si hanno 16 anni e nel porto di Vene­zia sfila una nave colo­rata e grossa come la Rain­bow War­rior, una vera e pro­pria icona, le ener­gie si sca­te­nano. «Rimasi col­pi­tis­sima, oltre che dalla barca, anche da un gigante che c’era sopra, un vichingo… Non ero digiuna di bar­che, andavo a vela, sapevo che quello sarebbe stato il mio mondo, o comun­que ci spe­ravo, visto che era la mia pas­sione. Ma era la prima volta che salivo su una barca da lavoro. È una sen­sa­zione diversa. Le navi cargo sono sem­pre in movi­mento, è come se non si fer­mas­sero mai, nep­pure quando immo­bili. Sono poi rumo­rose, e puz­zo­lenti». Si può dire che quello sia stato il momento in cui è comin­ciata la sua cre­scita, non solo per­so­nale. «La mia espe­rienza all’interno di Green­peace non è stata sol­tanto inse­guire un sogno. Ho matu­rato una pro­fes­sio­na­lità, come in un qual­siasi altro lavoro. Ho fatto car­riera. Essere un’attivista signi­fica par­lare poco ma agire tanto. Dete­sto le per­sone che si lamen­tano e poi non fanno nulla».
Nei cin­que anni pas­sati tra la Rain­bow War­rior e l’Esperanza ha par­te­ci­pato a nume­rose spe­di­zioni in Asia e Ocea­nia, andando due volte in Antar­tide. Espe­rienze forti, da ogni punto di vista — fisico e men­tale — ai limiti della sop­por­ta­zione. «La difesa delle balene durante il periodo di cac­cia è solo una pic­cola parte delle cam­pa­gne messe in atto da Green­peace. È la più famosa ed è giu­sto che lo sia, in quanto anche le moda­lità sono a dir poco spet­ta­co­lari. In que­sto senso, funge da traino, è media­ti­ca­mente utile. Non intendo smi­nuirla. Anzi. Penso però che la cac­cia alle balene si debba vin­cere prima in Giap­pone che in Antar­tide. È un com­mer­cio inu­tile. La carne di balena non è di uso comune, non fa parte della dieta giap­po­nese. Si con­suma in pochis­simi risto­ranti lus­suosi, è un cibo d’élite, ven­duto a prezzi altis­simi. Per ali­men­tare que­sto mer­cato si affronta una cam­pa­gna di nove mesi in cui que­ste bale­niere, lun­ghe e strette come vere e pro­prie navi da guerra, ridu­cono l’Antartide, sem­pre così bianca e imma­co­lata, in un inferno di san­gue e scarti. Si naviga in mezzo alla morte…».
Cate­rina Nitto è la prima donna boat dri­ver ita­liana. «I nostri gom­moni si frap­pon­gono tra l’arpione delle bale­niere e l’animale. L’arpione con­tiene esplo­sivo che entra in azione una volta pene­trato den­tro il corpo della balena. A quel punto, se malau­gu­ra­ta­mente rie­sce a col­pirla, noi ci allon­ta­niamo. Per­ché l’ultima cosa che pos­siamo fare per lei, è lasciarla morire il più in fretta pos­si­bile, limi­tan­done l’agonia».
C'è rispetto, anche per i nemici. «Non capi­sco e non giu­sti­fico le azioni dei mari­nai giap­po­nesi sulle bale­niere. Come pro­fes­sio­ni­sti, però, sono gran­diosi. Gui­dano le loro navi, tra l’altro dif­fi­ci­lis­sime da pilo­tare, come se fos­sero scoo­ter a Milano… Una nave funge da apri­pi­sta e cerca le balene, die­tro c’è la flotta di bale­niere e navi offi­cina dove ven­gono macel­late e surgelate».
Andare per mare, per lei, non è mai un sof­frire ma un godere. Nep­pure nei momenti più dif­fi­cili, durante il corso di soprav­vi­venza: due set­ti­mane estreme pas­sate nel Mar Bal­tico senza orari, in situa­zioni al limite. «Gui­dare un gom­mone non vuol dire soprav­vi­vere ma sapere sem­pre cosa fare».
Oggi, pur col­la­bo­rando ancora con Green­peace, non parte più per l’Antartide, «non ho più l’età». Con­ti­nua a lavo­rare con il mare e con le bar­che e per vivere ha scelto la Sar­de­gna, una terra che ama pro­fon­da­mente e in cui cerca di con­durre una vita il più pos­si­bile eco­so­ste­ni­bile. Si sente una per­sona nor­ma­lis­sima per­ché «per sal­vare il pia­neta, non serve essere un super eroe». http://ilmanifesto.info/nei-mari-con-greenpeace/

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