FABBRICA
DELLA MORTE
DOPO
30 ANNI GIUSTIZIA
AVELLINO,
ALL’ISOCHIMICA, DOVE SI LAVORAVA L’AMIANTO PER
LE
FERROVIE, 300 OPERAI AMMALATI, 15 MORTI. IERI CHIUSE LE INDAGINI
L’INCHIESTA
Adesso
in 29 rischiano
il
processo. Tra questi Foti
(Pd)
e Giordano (Sel).
Il
padrone Graziano:
“L’amianto
fa meno male
della
Coca Cola”
di
Enrico
Fierro
Per
trent’anni hanno
avvelenato
gli operai e
ammorbato
l’aria del
più
grande quartiere
della
città. Sempre impuniti. Per
trent’anni
nessuno ha visto, nessuno
ha
letto le denunce, né i referti
medici
con le radiografie dei
polmoni
dei lavoratori mangiati
dalle
fibre di amianto. Per
trent’anni
operai della Isochimica
e
cittadini della periferia di
Avellino
hanno atteso che la giustizia
si
muovesse. E ieri, finalmente,
si
è mossa grazie a un
procuratore
che ama poco i riflettori,
e
che da tempo ha riaperto
tutti
i dossier della fabbrica
della
morte. Carte che erano state
insabbiate
per anni.
LE
INDAGINI sono
finalmente
chiuse,
29 le persone coinvolte.
Sindaci
e assessori troppo distratti,
anche
Paolo Foti (Pd) attuale
primo
cittadino, funzionari
al
vertice delle Ferrovie dello Stato,
l’azienda
che negli anni Ottanta
del
secolo passato affidò a
Elio
Graziano il compito di liberare
dall’amianto
migliaia di carrozze
ferroviarie,
funzionari che
avrebbero
dovuto occuparsi della
tutela
della sanità pubblica e invece
si
tappavano entrambi gli
occhi,
un ex assessore (Giancarlo
Giordano)
oggi deputato di Sel.
Un
lavoro paziente, lungo, quello
del
procuratore Rosario Cantelmo
e
dei suoi sostituti, centinaia
di
cartelle cliniche analizzate, di
operai
ascoltati, decine di vedove
salite
negli uffici della procura
per
raccontare di mariti morti
lentamente
divorati dall’asbesto -
si.
Le vittime della voglia di arricchirsi
di
Elio Graziano, ex ferroviere
diventato
ingegnere grazie
a
una laurea conquistata a Parigi,
inventore
del Tnt (tessuto
non
tessuto, quelle puzzolenti
lenzuola
sintetiche dei vagoni letto),
negli
anni Ottanta del secolo
passato
amico di politici potenti,
dai
socialisti della “sinistra ferroviaria”
di
Signorile, ai comunisti
di
Salerno, la sua città.
A
lui le Ferrovie affidarono il maxi-
appalto
miliardario per la
“scoibentazione”
(la ripulitura
dell’amianto)
di tremila carrozze
ferroviarie.
La fabbrica non c’era
ancora
e Graziano cominciò a far
lavorare
i suoi operai sul piazzale
della
stazione di Avellino. Trecento
lavoratori
raschiavano le
fibre
di amianto senza mascherina
né
tuta, tornavano a casa con
gli
abiti impregnati di fibre. Vietato
parlare
di salute all’Isochi -
mica.
“L’amianto fa meno male
della
Coca Cola”, diceva Graziano.
E
ai sindacati che accennavano
qualche
timida protesta, replicava
a
muso duro: “Non mi
rompete
le palle, qui la gente è
arrapata
di lavoro”.
Si
è andati avanti così per anni.
Con
l’attività industriale “svolta
in
modo da diffondere polveri di
amianto
friabile del tipo crocidolite,
la
tipologia più pericolosa”,
scrive
la Procura. Che parla di
disastro
ambientale per le condizioni
di
lavoro e “l’illecito
smaltimento
dell'amianto” che
ha
generato “un diffuso inquinamento
dell'ambiente”.
L’Isochi -
mica
era stata costruita a ridosso
di
un quartiere popolare, a pochi
metri
da un asilo, da scuole elementari
e
medie, “l’amianto veniva
immesso
per decenni in ambienti
di
lavoro e di vita mettendo
in
pericolo l’incolumità della popolazione
locale
fino ad oggi”.
Nessuno
ha visto, il dirigente medico
dell’Ufficio
operativo
amianto
della Asl di Avellino
“ometteva
di effettuare il controllo
sanitario
sui lavoratori”, si legge
nelle
carte della Procura, e “in -
debitamente
rifiutava atti del suo
ufficio
che per ragioni di igiene,
sanità
e sicurezza pubblica dovevano
essere
consegnati senza ritardo”.
Graziano
accumulava denari e
potere.
Per tenersi buona la città
diventa
il presidente della squadra
di
calcio che gioca in Serie A.
Intanto
gli operai si ammalavano,
qualcuno
moriva. 237 su 333
lavoratori
con la vita devastata,
15
morti dopo sofferenze durate
anni,
due si sono suicidati quando
hanno
appreso delle loro malattie.
Un
dramma tenuto nascosto
per
anni, affogato in una città
indifferente,
dove anche l’Isochi -
mica
da risanare era un business.
TONNELLATE
di amianto
conservate
in
cubi di cemento per
decenni
esposti alle intemperie,
migliaia
di quintali interrati davanti
allo
stabilimento. Nel 2008
la
bonifica viene affidata alla “Eu -
rokomet”,
un’azienda che si occupa
di
“progettazione e programmazione
pubblicitaria,
organizzazione
di
spettacoli, hotel e
ristoranti”.
Amianto e cubi sono
ancora
lì, al loro posto. Parla Nicola
Abrate,
uno degli operai
dell’Isochimica:
“Finalmente dopo
25
anni abbiamo giustizia,
grazie
alla procura e a quegli operai
che
in questi anni e in perfetta
solitudine
non hanno mollato.
Ma
nessuno ci ridarà i nostri
compagni
che non ci sono più,
quelli
che come noi cercavano
solo
un lavoro, ma hanno trovato
malattie
e morte”. il fatto quotidiano 12 novembre 2014
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