mercoledì 12 novembre 2014

amianto per le ferrovie, 300 operai ammalati, 15 morti Isochimica Avellino la fabbrica della morte

FABBRICA DELLA MORTE
DOPO 30 ANNI GIUSTIZIA
AVELLINO, ALL’ISOCHIMICA, DOVE SI LAVORAVA L’AMIANTO PER
LE FERROVIE, 300 OPERAI AMMALATI, 15 MORTI. IERI CHIUSE LE INDAGINI
L’INCHIESTA
Adesso in 29 rischiano
il processo. Tra questi Foti
(Pd) e Giordano (Sel).
Il padrone Graziano:
L’amianto fa meno male
della Coca Cola”
di Enrico Fierro
Per trent’anni hanno
avvelenato gli operai e
ammorbato l’aria del
più grande quartiere
della città. Sempre impuniti. Per
trent’anni nessuno ha visto, nessuno
ha letto le denunce, né i referti
medici con le radiografie dei
polmoni dei lavoratori mangiati
dalle fibre di amianto. Per
trent’anni operai della Isochimica
e cittadini della periferia di
Avellino hanno atteso che la giustizia
si muovesse. E ieri, finalmente,
si è mossa grazie a un
procuratore che ama poco i riflettori,
e che da tempo ha riaperto
tutti i dossier della fabbrica
della morte. Carte che erano state
insabbiate per anni.
LE INDAGINI sono finalmente
chiuse, 29 le persone coinvolte.
Sindaci e assessori troppo distratti,
anche Paolo Foti (Pd) attuale
primo cittadino, funzionari
al vertice delle Ferrovie dello Stato,
l’azienda che negli anni Ottanta
del secolo passato affidò a
Elio Graziano il compito di liberare
dall’amianto migliaia di carrozze
ferroviarie, funzionari che
avrebbero dovuto occuparsi della
tutela della sanità pubblica e invece
si tappavano entrambi gli
occhi, un ex assessore (Giancarlo
Giordano) oggi deputato di Sel.
Un lavoro paziente, lungo, quello
del procuratore Rosario Cantelmo
e dei suoi sostituti, centinaia
di cartelle cliniche analizzate, di
operai ascoltati, decine di vedove
salite negli uffici della procura
per raccontare di mariti morti
lentamente divorati dall’asbesto -
si. Le vittime della voglia di arricchirsi
di Elio Graziano, ex ferroviere
diventato ingegnere grazie
a una laurea conquistata a Parigi,
inventore del Tnt (tessuto
non tessuto, quelle puzzolenti
lenzuola sintetiche dei vagoni letto),
negli anni Ottanta del secolo
passato amico di politici potenti,
dai socialisti della “sinistra ferroviaria”
di Signorile, ai comunisti
di Salerno, la sua città.
A lui le Ferrovie affidarono il maxi-
appalto miliardario per la
scoibentazione” (la ripulitura
dell’amianto) di tremila carrozze
ferroviarie. La fabbrica non c’era
ancora e Graziano cominciò a far
lavorare i suoi operai sul piazzale
della stazione di Avellino. Trecento
lavoratori raschiavano le
fibre di amianto senza mascherina
né tuta, tornavano a casa con
gli abiti impregnati di fibre. Vietato
parlare di salute all’Isochi -
mica. “L’amianto fa meno male
della Coca Cola”, diceva Graziano.
E ai sindacati che accennavano
qualche timida protesta, replicava
a muso duro: “Non mi
rompete le palle, qui la gente è
arrapata di lavoro”.
Si è andati avanti così per anni.
Con l’attività industriale “svolta
in modo da diffondere polveri di
amianto friabile del tipo crocidolite,
la tipologia più pericolosa”,
scrive la Procura. Che parla di
disastro ambientale per le condizioni
di lavoro e “l’illecito
smaltimento dell'amianto” che
ha generato “un diffuso inquinamento
dell'ambiente”. L’Isochi -
mica era stata costruita a ridosso
di un quartiere popolare, a pochi
metri da un asilo, da scuole elementari
e medie, “l’amianto veniva
immesso per decenni in ambienti
di lavoro e di vita mettendo
in pericolo l’incolumità della popolazione
locale fino ad oggi”.
Nessuno ha visto, il dirigente medico
dell’Ufficio operativo
amianto della Asl di Avellino
ometteva di effettuare il controllo
sanitario sui lavoratori”, si legge
nelle carte della Procura, e “in -
debitamente rifiutava atti del suo
ufficio che per ragioni di igiene,
sanità e sicurezza pubblica dovevano
essere consegnati senza ritardo”.
Graziano accumulava denari e
potere. Per tenersi buona la città
diventa il presidente della squadra
di calcio che gioca in Serie A.
Intanto gli operai si ammalavano,
qualcuno moriva. 237 su 333
lavoratori con la vita devastata,
15 morti dopo sofferenze durate
anni, due si sono suicidati quando
hanno appreso delle loro malattie.
Un dramma tenuto nascosto
per anni, affogato in una città
indifferente, dove anche l’Isochi -
mica da risanare era un business.
TONNELLATE di amianto conservate
in cubi di cemento per
decenni esposti alle intemperie,
migliaia di quintali interrati davanti
allo stabilimento. Nel 2008
la bonifica viene affidata alla “Eu -
rokomet”, un’azienda che si occupa
di “progettazione e programmazione
pubblicitaria, organizzazione
di spettacoli, hotel e
ristoranti”. Amianto e cubi sono
ancora lì, al loro posto. Parla Nicola
Abrate, uno degli operai
dell’Isochimica: “Finalmente dopo
25 anni abbiamo giustizia,
grazie alla procura e a quegli operai
che in questi anni e in perfetta
solitudine non hanno mollato.
Ma nessuno ci ridarà i nostri
compagni che non ci sono più,
quelli che come noi cercavano
solo un lavoro, ma hanno trovato

malattie e morte”. il fatto quotidiano 12 novembre 2014

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