NEGLI
SLUM IN COSTA D’AVORIO SI MUORE PER GLI SCARICHI TOSSICI DI UNA
MULTINAZIONALE
di
Vauro
Senesi
Abidjan
(Costa d’Avorio)
Vista
da lontano, dalla strada asfaltata,
prima
di addentrarvisi la baraccopoli
Attè
Coubè di Boribana
ad
Abidjan appare come una sterminata
chiazza
grigia. I tetti di lamiera, di
cartone
o di tela sono così a ridosso tra loro
da
dare la sensazione di un tutt’uno scolorito
uniformemente
dalla miseria. Una
chiazza
grigia schiacciata tra gli ultimi brandelli
di
città e l’acqua limacciosa della laguna
della
baia. Ma appena i piedi calpestano la
fanghiglia
del Dedalo dei suoi vicoli strettissimi
ritagliati
tra le baracche, tanto stretti
che
due persone affiancate stentano a passarvi,
i
colori esplodono rivelandone la vita
come
espulsi dalle vene della bidonville, i
canali
delle fogne a cielo aperto colmi di
putridume
indistinto.
I
colori accesi e sgargianti delle lunghe vesti
delle
donne: giallo intenso, verde smeraldo,
blu
cielo, e insieme a questi il bianco dei
sorrisi
dei bambini che brilla in contrasto
con
la loro pelle scura. Decine, centinaia,
migliaia
di bambini. Frotte chiassose che
paiono
riempire della loro voglia di gioco e
di
allegria ogni spazio angusto tra le baracche
e
i banchetti di assi mezze marcite
dov’è
esposta per la vendita la merce della
fame:
brandelli di carne di capra neri di
mosche,
pezzi di pesce seccato sui quali, a
tratti,
fanno rapide scorrerie grossi lucertoloni
neri
e gialli. Colori e voci. Voci dello
schiamazzare
dei bambini, voci di preghiera
dalla
baracca che funge da moschea, voci e
suoni
gracchianti da vecchie radioline a
transistor.
La chiazza grigia di Attè Coubè
dentro
ribolle di vitalità. Trabocca di una
disperazione
talmente profonda e senza
tempo
da aver forse perso la cognizione di
sé,
da somigliare incredibilmente alla gioia
del
vivere.
Il
tuo cancro vale meno
del
mio profitto
È
questa allegria disperata a permeare l’aria,
rendendola
respirabile nonostante il fetore
feroce
del sudiciume che la impregna. Oggi
siamo
noi il nuovo gioco del popolo dei
bambini
di Attè Coubè. Fanno a gara a toccarci,
a
darci la mano, ridono eccitati e divertiti
venendoci
dietro ed attorno mentre
guidati
da Hassan andiamo verso l’abitazione
della
madre di Bintou. È stato lui a
fissarci
un incontro con lei e la sua bimba di
sette
anni. Pochi giorni fa la madre di Bintou
aveva
accettato di farcela conoscere, di raccontarci
di
lei, della piccola Bintou ammalata
di
cancro.
Le
baracche sono basse, lasciano scorgere
laggiù
in fondo alla baia le sagome delle
grandi
petroliere attraccate nel porto di
Abidjan.
È con una di quelle navi che è
arrivata
qui la malattia di Bintou, ancor prima
che
lei nascesse. Dal suo ventre metallico
il
veleno chimico ha iniziato a scorrere
nell’acqua,
a saturare l’aria, a mischiarsi al
fango
della povertà rendendolo ancora più
micidiale.
“Quando piove e l’acqua lo bagna
– ci
dice Hassan – il terreno ancora libera
gas
e allora l’odore acido si sente forte. Brucia
la
gola, fa lacrimare gli occhi”. “Ancora”,
da
quella notte del 19 agosto del 2006, quando
laggiù
alla banchina della Puma
Energy era
attraccata,
battente bandiera panamense, la
petroliera
Probo
Koala con
il suo carico di 530
metri
cubi di rifiuti derivati dalla raffinazione
del
petrolio, effettuata in mare aperto
nella
nave stessa. Raffinazione con soda caustica.
Metodo
poco costoso ma pericolosissimo
proprio
per le sue rimanenze altamente
tossiche.
La Probo
Koala era
stata presa in
affitto
dalla società Probo
Koala Shipping Inc.
nelle
isole Marshall dalla multinazionale
Trafigura
.
Casa madre nei Pesi Bassi, si dirama
nelle
sue controllate: Trafigura
Limited
in
Gran Bretagna, Trafigura
Ag in
Svizzera,
Puma
Energy nei
Paesi Bassi, quest’ultima
controlla
al 100 per cento la Puma
Energy di
Abidjan
in Costa D’Avorio.
Ha
navigato attraverso palazzi, consigli
d’amministrazione,
canali informatici e mari,
il
cancro, prima di sbarcare qui per aggredire
il
corpicino di Bintou. La Probo
Koala
aveva
fatto scalo anche nel porto di Amsterdam.
Era
là che il suo carico venefico avrebbe
dovuto
essere trattato da una società specializzata.
Prezzo
concordato per lo smaltimento:
27
euro a metro cubo, che era salito
però
a mille euro al metro cubo quando la
società
aveva verificato il suo altissimo livello di
tossicità:
soda caustica, benzene, stronzio e altre
schifezze
mortali.
“Troppo
caro” devono aver pensato Claude
Dauphin
ed Eric De Turckheim, dirigenti della
sede
di Londra, dando ordine alla Probo
Koala di
salpare
con il suo carico ancora a bordo alla
volta
di Abidjan, Costa D’Avorio, in quegli anni
lacerata
dalla guerra civile e quindi con bassissimo
rischio
di controlli ed alte possibilità di
corruzione.
Vite
di sconosciuti, poveracci comunque già
ostaggi
di guerre e miseria, non valgono niente
a
fronte di un risparmioo di un profitto di
515,690
mila euro. Nulla di eccezionale. Solo
un
piccolo buon affare per la Trasfigura.
Siamo
quasi arrivati davanti alla casa della
mamma
di Bintou. Hassan esita a proseguire.
Sul
viso la tristezza, prima appena accennata, si
è
trasformata nella contrazione di dispiacere
profondo
e di pudore che ora ne segna l’espressione.
Nonostante
il riso spensierato dei bambini
che
ci circondano proviamo dolore anche
noi.
Dolore e smarrimento. Hassan allontana i
bambini
con un gesto autoritario ma non cattivo.
Loro
sciamano via. Sul davanti della casa
della
madre di Bintou si apre un piccolo atrio di
cemento
coperto da una tettoia di lamiera, così
bassa
che bisogna curvarsi per entrare nella sua
ombra.
Non la conosceremo la piccola Bintou.
Lo
sa Hassan, lo sappiamo noi, perché è la
prima
cosa che ci ha detto quando ci siamo
incontrati
sul confine della Bidonville. “Bintou
è
morta stamattina, sua madre vuole vedervi lo
stesso.
Andiamo a porgerle le nostre condoglianze”.
Noi
lo abbiamo seguito in silenzio. Ci
fa
sedere nell’atrio basso, la madre di Bintou. È
una
donna alta, molto bella. La sofferenza che
sta
provando non è riuscita a strappare la grazia
alle
sue fattezze. La raccontano i suoi occhi. Le
palpebre
semi abbassate dalla stanchezza del
dolore.
I movimenti gentili ma lenti. Ha mani
grandi
dalle dita affusolate. In braccio tiene una
bambina
di tre mesi, piccolissima. L’ultima nata,
la
sorellina di Bintou. Le grandi mani la
racchiudono
quasi tutta come volessero proteggerla
da
una minaccia invisibile.
L’odore
“che brucia”
e
non se ne va più via
“Ricordo
l’odore”, racconta la mamma, “un
odore
strano, forte, faceva bruciare la pelle,
lacrimare
gli occhi, dava nausea. Torna anche
adesso
quando piove, – ci dice anche lei – è da
quando
quell’odore è comparso che i bambini
ma
anche gli adulti, hanno preso ad ammalarsi.
Di
mali che prima non conoscevamo”.
“Abbiamo
avviato degli studi che pubblicheremo
nel
2016 sulla correlazione tra tumori e
rifiuti
tossici –ci dirà, quando lo incontreremo,
il
dottor Innocent Adoubi, direttore del programma
nazionale
di lotta contro il cancro –
ma
posso già affermare con certezza che il benzene
ha
provocato e sta provocando un forte
aumento
della leucemia.” Ecco il male, prima
poco
diffuso, che si è portato via Bintou.
“L’odore
che brucia” lo chiama sua madre. “Un
odore
di cipolla, però molto più forte” lo definisce
Juliette
Gueibla, 30 anni, lei vive in
un’altra
baraccopoli a Yopougon. Juliette ha
attacchi
di vomito, sta gradualmente perdendo
la
vista, non potrà più avere figli. “Dalle ustioni
la
bocca mi si era quasi completamente chiusa,
le
labbra attaccate l’una all’altra” . È arrabbiata,
Juliette.
“Siamo poveri, abbiamo la pelle nera
ma
il nostro sangue è rosso, uguale a quello dei
capi
di Trafigura. Che diritto avevano di farci
questo?”.
Ce la vuol mostrare la sua pelle, Juliette.
La
rabbia è più forte del pudore. Si alza la
camicetta
fin sopra il reggiseno. Il suo bel corpo
di
ragazza è costellato di piccole e fitte chiazze
violacee,
sembrano tante bruciature di sigaretta.
“Ma
non se ne vanno. Continuano a bruciare”.
L’odore.
“Puzza di gas” lo definisce semplicemente
Adama
Diakite. Seguiamo il percorso
dei
veleni che sono stati sversati in ben diciotto
diversi
luoghi della città. Almeno quelli accertati
fino
ad adesso, in realtà forse molti di più.
Adama
è uno sfasciacarrozze. Vive con la sua
famiglia
tra le carcasse di auto arrugginite e le
montagne
di vecchi copertoni che fiancheggiano
una
delle arterie periferiche di Abidjan,
Abobo
Anador. Un lungo cimitero di mezzi
che
si dipana su una striscia di terra battuta tra
l’argine
della strada ed il fitto della foresta.
“L’ho
visto, quella notte, il camion scaricare
qui.
Il giorno dopo siamo stati presi da vomito,
mal
di testa, gonfiori di pancia. Non capivamo
cosa
stesse accadendo. Il governo ci mandò dei
farmaci
antidiarroici. Non servivano a nulla”.
L’ultima
tappa del nostro viaggio sulle tracce
dell’odore
ci porta ad Ackquèdo, là “discarica
autorizzata”
di Abidjan. Era qui che i camion
avrebbero
dovuto sversare tutto il carico tos-
sico
della Probo
Koala.
Sterminata, infinita piana,
resa
collinosa dai mucchi di spazzatura che
si
alzano su strati e strati di altra immondizia.
Le
nubi dense di fumo nero dell’autocombustione
macchiano
il cielo. Grandi stormi di aironi
bianchi
si levano in volo e ridiscendono,
contendendosi
il cibo tra i rifiuti con gli stormi
delle
cornacchie. Ma non sono gli uccelli la
specie
principale che popola questo paesaggio
putrido
e triste.
L’umanità
sprofondata
nell’immondizia
Gli
uomini, le donne, i bambini sono molti di
più.
È qui che vive il popolo della discarica, in
baracche
che a malapena si distinguono dal
pattume
sul quale sorgono. Un’intera umanità
che
sopravvive di tutto ciò che è riciclabile,
usabile,
rivendibile. China tutto il giorno tra il
marciume.
Le sagome antiche delle donne africane
che
camminano aggraziate reggendo sulla
testa
il loro carico si stagliano in tutta la loro
eleganza
mentre camminano nelle strade di
melma
fetida ricavate tra i cumuli. Ma non
portano
anfore o ceste di frutta, portano enormi
sacchi
colmi del ricavato della loro ricerca.
Ci
sono un’infinità di bimbi piccolissimi che
ancora
non sanno camminare. Alcuni nelle
sciarpe
di tela legate alla schiena delle madri,
altri
seduti giocano con il lerciume incuranti
delle
mosche che li assediano a sciami, posandosi
sugli
occhi e sulle labbra. Il tanfo è
talmente
forte che l’aria stessa pare aver acquisito
una
consistenza densa, appiccicosa e
soffocante.
Eppure è stato proprio il popolo
della
discarica di Ackquèdo a riconoscere subito
l’odore
come estraneo ai miasmi di sempre
ed
a ribellarsi immediatamente dopo i primi
sversamenti
dei camion, impedendo che continuassero.
Bakayoko
Anada è uno di quei camionisti.
“Eravamo
in undici” ci racconta, “ ognuno con
il
proprio camion privato. Ci aveva contattato il
signor
Salomon, direttore della Tommy
”.
La
Tommy
era
una società ivoriana per la pulizia
ordinaria
delle navi. Fu proprio a loro che la
Puma
Energy della
Trafigura
si
rivolse per svuotare
dai
veleni le stive della Probo Koala. La
Tommy
,
che non disponeva di alcun mezzo proprio,
a
sua volta si accordò con i camionisti.
“L’equivalente
di 170 euro per i viaggi necessari
dalla
nave alla discarica di Ackquèdo”, continua
a
raccontare Anada. “Sembrava tutto regolare.
Ci
dissero che si trattava solo di acqua
sporca.
Ma al primo scarico ad Akquèdo la
puzza
era insopportabile, bruciava i polmoni.
La
gente di lì si ribellò, e dovemmo fuggire.
Eravamo
spaventati, rischiavamo il linciaggio.
Non
sapevamo più cosa fare del carico né dove
andare.
Telefonare alla Tommy
fu
inutile, erano
tutti
scomparsi. Qualcuno di noi inzuppò uno
straccio
nel liquido e avvicinò la fiamma
dell’accendino.
Il liquido prese subito fuoco.
Pensammo
allora che potesse essere carburante
non
completamente raffinato. Alcuni provarono
a
guadagnarci qualcosa vendendolo a
dei
benzinai che avrebbero potuto miscelarlo.
Non
sospettavamo nulla. Io parcheggiai il camion
davanti
a casa mia, dove vivono mia moglie
e
i miei figli. Pensate che l’avrei fatto se
avessi
saputo che trasportavo veleno? Nemmeno
un
kamikaze fa saltare la propria casa.
Poi
cominciarono ad arrivare notizie di rivolte
in
tante parti della città, di camion dati alle
fiamme.
Ero terrorizzato. Sversai il camion nella
foresta
e rimasi nascosto per giorni nel timore
di
essere ucciso dalla gente inferocita”.
Bakayoko
Anada poi il coraggio lo ha ritrovato.
Un
crimine rimasto
senza
colpevoli
Insieme
ad altri suoi colleghi ha raccontato,
denunciato
a Greenpeace, testimoniato al processo,
ha
fondato una Ong di camionisti contro
il
trasporto di rifugi tossici. “Perché – gli chiediamo
– questo
traffico continua ancora dopo
la
tragedia della Probo
Koala?”.
“Ci sono veleni
che
non puzzano – risponde – e gente che per
soldi
è disposta a spargerli nel nostro paese”.
Gli
unici che finora hanno pagato per questo
crimine
sono stati un dirigente doganale ivoriano,
condannato
a 5 anni e Solomon, il direttore
della
Tommy
,
condannato a vent’anni,
nonostante
abbia sempre sostenuto di essere
stato
anche lui truffato dalla Puma
Energy,
che
sul
suo contratto avrebbe scritto solo “Acqua
sporca”,
mentre in quello rimasto in mano alla
società
avrebbe aggiunto poi la parola “contaminante”.
Comunque
Solomon ha scontato
poco
della sua pena perché è stato liberato negli
anni
del caos della guerra civile. La Trafigura
e
la
Puma
che
continuano ad operare ad Abidjan
sono
state incredibilmente assolte da ogni imputazione
nel
2008.
“Claude
Dauphin, presidente e direttore generale
della
società Trafigura
Limted,
assolto per
non
aver personalmente commesso o agito alcun
atto
perseguibile”. Formule uguali o simili
per:
Jean-Pierre Valentini, Responsabile del
Dipartimento
Africa della Trafigura
,
Jorge
Luis
Marrero, Responsabile della Logistica
per
i Carburanti della Trafigura
,
Paul Short,
Responsabile
del Dipartimento Trasporti e
Contratti
della Trafigura
e
via via a scendere
nelle
assoluzioni fino al funzionario della
dogana
condannato.
Chi
davvero ha pagato e continua a pagare
sono
le tante, troppe, Bintou. Uno studio
ancora
approssimativo quantifica in 30mila
le
vittime degli sversamenti tossici della Pro
-
bo
Koala nel
breve periodo, ed in più di
100mila
nel medio-lungo periodo. Una stima
sicuramente
per difetto: nelle bidonville
sono
molti i senza nome. Quelli ai quali la
miseria
nega anche un numero su un pezzo
di
carta. Esseri umani senza volto. Come lo
è
Malana, 4 anni, seduta nel suo lettino nel
reparto
di oncologia pediatrica dell’ospedale
di
Treichville ad Abidjan. Il linfoma di
Burkitt
ha trasformato il suo viso in una
massa
informe di carne tumida e rigonfia. È
chiamato
anche cancro africano perché si
manifesta
particolarmente dove la mancanza
di
igiene ambientale e la denutrizione
portano
all’abbassamento delle difese immunitarie.
L’esposizione
a sostanze tossiche
come
i solventi ne favorisce lo sviluppo.
L’oncologia
dell’ospedale di Treichville non
ha
radioterapia né stanze sterilizzate, ma chi
riesce
ad arrivarvi è fortunato. I venti posti
letto
disponibili sono gli unici della Costa
D’Avorio
con i suoi più di venti milioni di
abitanti,
così come i sette oncologi sono i
soli
in tutto il paese. I farmaci per la chemioterapia
vi
arrivano soltanto grazie al lavoro
di
una Ong italiana, “Soleterre”, in
cooperazione
con il “Gruppo di appoggio
franco
africano” nato all’Istituto Gustave
Roussy
di Parigi.
La
“Soleterre”
e
il sorriso di Andrea
È
li che conosciamo Francois, Laetitia, Izaac
e
gli altri bambini e bambine colpiti dal tumore.
Quelli
che hanno la forza e la possibilità
di
alzarsi dal lettino sono tutti nella
stanza
di ricreazione allestita e seguita sempre
dagli
operatori di “Soleterre”. Stanno
cantando,
accompagnando il ritmo di una
bella
canzone africana con il battere della
mani.
Un po’ di allegria, di gioco, sono terapia,
importante
quanto lo sono i farmaci.
Ci
divertiamo insieme a disegnare ed a colorare
uccelli
buffi e strampalati.
Francois
e Laettita sono i capi banda, la loro
vivacità
e le loro risate piene contagiano tutti.
Tutti
ma non la piccola Andrea che è
arrivata
oggi. È minuta, sta a capo basso, il
viso
nascosto dal cappuccio della felpa leggera
che
indossa. Lo sguardo perso in una
voragine
di tristezza. Non sorride, non disegna,
non
colora. Se gli viene messo in mano
un
pastello non lo stringe, lascia che penzoli
inerte
tra le dita a segnare soltanto la sua
lontananza
da tutto e da tutti.
Il
sorriso di Andrea è l’ultima immagine che
porto
con me dalla Costa D’Avorio. Sì, perché
finalmente
lo vedrò illuminare timido il
suo
viso. Due giorni dopo, nella casa dove
“Soleterre”
dà ospitalità ai genitori ed ai
bambini
sotto terapia che non avrebbero
altro
luogo dove andare se, come Andrea,
sono
arrivati da villaggi lontani. Andrea sorride
perché
ha fatto amicizia con Laetitia,
ospite
della casa anche lei. Ora si sente un
po’
meno sola e persa. “Ciao Laetitia, ciao
Andrea.
Je
vous donne la demi route”.
La mezza
strada.
È il saluto ivoriano. Un augurio
per
rincontrarsi. Mezza strada è la metà del
percorso
che si deve fare a ritroso per ritornare.
Mezza
strada perché non ci si allontani
troppo.
Non siamo poi così lontani
noi
qui in Italia.
Non
lo è certo la Acegas
del
gruppo Hera
che
fa
parte della Cea
,
primo produttore italiano
per
i rifiuti trattati, che nel 2009 costituisce
la
Adria
Link,
società partecipata in egual misura
da
Enel
Produzione Spa e
da Trafigura
Elettricity
Italia
srl (adesso
Spa) incurante ed indifferente
riguardo
alle responsabilità criminali
della
Trafigura
nella
tragedia provocata
dalla
Probo
Koala.
Certo, l’incuranza e
l’indifferenza
non sono crimini. Sono “demi
route
”
a metà strada con la complicità.
(Ha
collaborato Gabriele Fazio)
il fatto quotidiano 19 luglio 2014
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