sabato 19 luglio 2014

Tra i bimbi di Abidjan avvelenati dall’Europa: il tuo cancro vale meno del mio profitto. Scarichi tossici in Costa d'Avorio

NEGLI SLUM IN COSTA D’AVORIO SI MUORE PER GLI SCARICHI TOSSICI DI UNA MULTINAZIONALE
di Vauro Senesi
Abidjan (Costa d’Avorio)
Vista da lontano, dalla strada asfaltata,
prima di addentrarvisi la baraccopoli
Attè Coubè di Boribana
ad Abidjan appare come una sterminata
chiazza grigia. I tetti di lamiera, di
cartone o di tela sono così a ridosso tra loro
da dare la sensazione di un tutt’uno scolorito
uniformemente dalla miseria. Una
chiazza grigia schiacciata tra gli ultimi brandelli
di città e l’acqua limacciosa della laguna
della baia. Ma appena i piedi calpestano la
fanghiglia del Dedalo dei suoi vicoli strettissimi
ritagliati tra le baracche, tanto stretti
che due persone affiancate stentano a passarvi,
i colori esplodono rivelandone la vita
come espulsi dalle vene della bidonville, i
canali delle fogne a cielo aperto colmi di
putridume indistinto.
I colori accesi e sgargianti delle lunghe vesti
delle donne: giallo intenso, verde smeraldo,
blu cielo, e insieme a questi il bianco dei
sorrisi dei bambini che brilla in contrasto
con la loro pelle scura. Decine, centinaia,
migliaia di bambini. Frotte chiassose che
paiono riempire della loro voglia di gioco e
di allegria ogni spazio angusto tra le baracche
e i banchetti di assi mezze marcite
dov’è esposta per la vendita la merce della
fame: brandelli di carne di capra neri di
mosche, pezzi di pesce seccato sui quali, a
tratti, fanno rapide scorrerie grossi lucertoloni
neri e gialli. Colori e voci. Voci dello
schiamazzare dei bambini, voci di preghiera
dalla baracca che funge da moschea, voci e
suoni gracchianti da vecchie radioline a
transistor. La chiazza grigia di Attè Coubè
dentro ribolle di vitalità. Trabocca di una
disperazione talmente profonda e senza
tempo da aver forse perso la cognizione di
sé, da somigliare incredibilmente alla gioia
del vivere.
Il tuo cancro vale meno
del mio profitto
È questa allegria disperata a permeare l’aria,
rendendola respirabile nonostante il fetore
feroce del sudiciume che la impregna. Oggi
siamo noi il nuovo gioco del popolo dei
bambini di Attè Coubè. Fanno a gara a toccarci,
a darci la mano, ridono eccitati e divertiti
venendoci dietro ed attorno mentre
guidati da Hassan andiamo verso l’abitazione
della madre di Bintou. È stato lui a
fissarci un incontro con lei e la sua bimba di
sette anni. Pochi giorni fa la madre di Bintou
aveva accettato di farcela conoscere, di raccontarci
di lei, della piccola Bintou ammalata
di cancro.
Le baracche sono basse, lasciano scorgere
laggiù in fondo alla baia le sagome delle
grandi petroliere attraccate nel porto di
Abidjan. È con una di quelle navi che è
arrivata qui la malattia di Bintou, ancor prima
che lei nascesse. Dal suo ventre metallico
il veleno chimico ha iniziato a scorrere
nell’acqua, a saturare l’aria, a mischiarsi al
fango della povertà rendendolo ancora più
micidiale. “Quando piove e l’acqua lo bagna
ci dice Hassan – il terreno ancora libera
gas e allora l’odore acido si sente forte. Brucia
la gola, fa lacrimare gli occhi”. “Ancora”,
da quella notte del 19 agosto del 2006, quando
laggiù alla banchina della Puma Energy era
attraccata, battente bandiera panamense, la
petroliera Probo Koala con il suo carico di 530
metri cubi di rifiuti derivati dalla raffinazione
del petrolio, effettuata in mare aperto
nella nave stessa. Raffinazione con soda caustica.
Metodo poco costoso ma pericolosissimo
proprio per le sue rimanenze altamente
tossiche. La Probo Koala era stata presa in
affitto dalla società Probo Koala Shipping Inc.
nelle isole Marshall dalla multinazionale
Trafigura . Casa madre nei Pesi Bassi, si dirama
nelle sue controllate: Trafigura Limited
in Gran Bretagna, Trafigura Ag in Svizzera,
Puma Energy nei Paesi Bassi, quest’ultima
controlla al 100 per cento la Puma Energy di
Abidjan in Costa D’Avorio.
Ha navigato attraverso palazzi, consigli
d’amministrazione, canali informatici e mari,
il cancro, prima di sbarcare qui per aggredire
il corpicino di Bintou. La Probo Koala
aveva fatto scalo anche nel porto di Amsterdam.
Era là che il suo carico venefico avrebbe
dovuto essere trattato da una società specializzata.
Prezzo concordato per lo smaltimento:
27 euro a metro cubo, che era salito
però a mille euro al metro cubo quando la
società aveva verificato il suo altissimo livello di
tossicità: soda caustica, benzene, stronzio e altre
schifezze mortali.
Troppo caro” devono aver pensato Claude
Dauphin ed Eric De Turckheim, dirigenti della
sede di Londra, dando ordine alla Probo Koala di
salpare con il suo carico ancora a bordo alla
volta di Abidjan, Costa D’Avorio, in quegli anni
lacerata dalla guerra civile e quindi con bassissimo
rischio di controlli ed alte possibilità di
corruzione.
Vite di sconosciuti, poveracci comunque già
ostaggi di guerre e miseria, non valgono niente
a fronte di un risparmioo di un profitto di
515,690 mila euro. Nulla di eccezionale. Solo
un piccolo buon affare per la Trasfigura.
Siamo quasi arrivati davanti alla casa della
mamma di Bintou. Hassan esita a proseguire.
Sul viso la tristezza, prima appena accennata, si
è trasformata nella contrazione di dispiacere
profondo e di pudore che ora ne segna l’espressione.
Nonostante il riso spensierato dei bambini
che ci circondano proviamo dolore anche
noi. Dolore e smarrimento. Hassan allontana i
bambini con un gesto autoritario ma non cattivo.
Loro sciamano via. Sul davanti della casa
della madre di Bintou si apre un piccolo atrio di
cemento coperto da una tettoia di lamiera, così
bassa che bisogna curvarsi per entrare nella sua
ombra. Non la conosceremo la piccola Bintou.
Lo sa Hassan, lo sappiamo noi, perché è la
prima cosa che ci ha detto quando ci siamo
incontrati sul confine della Bidonville. “Bintou
è morta stamattina, sua madre vuole vedervi lo
stesso. Andiamo a porgerle le nostre condoglianze”.
Noi lo abbiamo seguito in silenzio. Ci
fa sedere nell’atrio basso, la madre di Bintou. È
una donna alta, molto bella. La sofferenza che
sta provando non è riuscita a strappare la grazia
alle sue fattezze. La raccontano i suoi occhi. Le
palpebre semi abbassate dalla stanchezza del
dolore. I movimenti gentili ma lenti. Ha mani
grandi dalle dita affusolate. In braccio tiene una
bambina di tre mesi, piccolissima. L’ultima nata,
la sorellina di Bintou. Le grandi mani la
racchiudono quasi tutta come volessero proteggerla
da una minaccia invisibile.
L’odore “che brucia”
e non se ne va più via
Ricordo l’odore”, racconta la mamma, “un
odore strano, forte, faceva bruciare la pelle,
lacrimare gli occhi, dava nausea. Torna anche
adesso quando piove, – ci dice anche lei – è da
quando quell’odore è comparso che i bambini
ma anche gli adulti, hanno preso ad ammalarsi.
Di mali che prima non conoscevamo”.
Abbiamo avviato degli studi che pubblicheremo
nel 2016 sulla correlazione tra tumori e
rifiuti tossici –ci dirà, quando lo incontreremo,
il dottor Innocent Adoubi, direttore del programma
nazionale di lotta contro il cancro –
ma posso già affermare con certezza che il benzene
ha provocato e sta provocando un forte
aumento della leucemia.” Ecco il male, prima
poco diffuso, che si è portato via Bintou.
L’odore che brucia” lo chiama sua madre. “Un
odore di cipolla, però molto più forte” lo definisce
Juliette Gueibla, 30 anni, lei vive in
un’altra baraccopoli a Yopougon. Juliette ha
attacchi di vomito, sta gradualmente perdendo
la vista, non potrà più avere figli. “Dalle ustioni
la bocca mi si era quasi completamente chiusa,
le labbra attaccate l’una all’altra” . È arrabbiata,
Juliette. “Siamo poveri, abbiamo la pelle nera
ma il nostro sangue è rosso, uguale a quello dei
capi di Trafigura. Che diritto avevano di farci
questo?”. Ce la vuol mostrare la sua pelle, Juliette.
La rabbia è più forte del pudore. Si alza la
camicetta fin sopra il reggiseno. Il suo bel corpo
di ragazza è costellato di piccole e fitte chiazze
violacee, sembrano tante bruciature di sigaretta.
Ma non se ne vanno. Continuano a bruciare”.
L’odore. “Puzza di gas” lo definisce semplicemente
Adama Diakite. Seguiamo il percorso
dei veleni che sono stati sversati in ben diciotto
diversi luoghi della città. Almeno quelli accertati
fino ad adesso, in realtà forse molti di più.
Adama è uno sfasciacarrozze. Vive con la sua
famiglia tra le carcasse di auto arrugginite e le
montagne di vecchi copertoni che fiancheggiano
una delle arterie periferiche di Abidjan,
Abobo Anador. Un lungo cimitero di mezzi
che si dipana su una striscia di terra battuta tra
l’argine della strada ed il fitto della foresta.
L’ho visto, quella notte, il camion scaricare
qui. Il giorno dopo siamo stati presi da vomito,
mal di testa, gonfiori di pancia. Non capivamo
cosa stesse accadendo. Il governo ci mandò dei
farmaci antidiarroici. Non servivano a nulla”.
L’ultima tappa del nostro viaggio sulle tracce
dell’odore ci porta ad Ackquèdo, là “discarica
autorizzata” di Abidjan. Era qui che i camion
avrebbero dovuto sversare tutto il carico tos-
sico della Probo Koala. Sterminata, infinita piana,
resa collinosa dai mucchi di spazzatura che
si alzano su strati e strati di altra immondizia.
Le nubi dense di fumo nero dell’autocombustione
macchiano il cielo. Grandi stormi di aironi
bianchi si levano in volo e ridiscendono,
contendendosi il cibo tra i rifiuti con gli stormi
delle cornacchie. Ma non sono gli uccelli la
specie principale che popola questo paesaggio
putrido e triste.
L’umanità sprofondata
nell’immondizia
Gli uomini, le donne, i bambini sono molti di
più. È qui che vive il popolo della discarica, in
baracche che a malapena si distinguono dal
pattume sul quale sorgono. Un’intera umanità
che sopravvive di tutto ciò che è riciclabile,
usabile, rivendibile. China tutto il giorno tra il
marciume. Le sagome antiche delle donne africane
che camminano aggraziate reggendo sulla
testa il loro carico si stagliano in tutta la loro
eleganza mentre camminano nelle strade di
melma fetida ricavate tra i cumuli. Ma non
portano anfore o ceste di frutta, portano enormi
sacchi colmi del ricavato della loro ricerca.
Ci sono un’infinità di bimbi piccolissimi che
ancora non sanno camminare. Alcuni nelle
sciarpe di tela legate alla schiena delle madri,
altri seduti giocano con il lerciume incuranti
delle mosche che li assediano a sciami, posandosi
sugli occhi e sulle labbra. Il tanfo è
talmente forte che l’aria stessa pare aver acquisito
una consistenza densa, appiccicosa e
soffocante. Eppure è stato proprio il popolo
della discarica di Ackquèdo a riconoscere subito
l’odore come estraneo ai miasmi di sempre
ed a ribellarsi immediatamente dopo i primi
sversamenti dei camion, impedendo che continuassero.
Bakayoko Anada è uno di quei camionisti.
Eravamo in undici” ci racconta, “ ognuno con
il proprio camion privato. Ci aveva contattato il
signor Salomon, direttore della Tommy ”. La
Tommy era una società ivoriana per la pulizia
ordinaria delle navi. Fu proprio a loro che la
Puma Energy della Trafigura si rivolse per svuotare
dai veleni le stive della Probo Koala. La
Tommy , che non disponeva di alcun mezzo proprio,
a sua volta si accordò con i camionisti.
L’equivalente di 170 euro per i viaggi necessari
dalla nave alla discarica di Ackquèdo”, continua
a raccontare Anada. “Sembrava tutto regolare.
Ci dissero che si trattava solo di acqua
sporca. Ma al primo scarico ad Akquèdo la
puzza era insopportabile, bruciava i polmoni.
La gente di lì si ribellò, e dovemmo fuggire.
Eravamo spaventati, rischiavamo il linciaggio.
Non sapevamo più cosa fare del carico né dove
andare. Telefonare alla Tommy fu inutile, erano
tutti scomparsi. Qualcuno di noi inzuppò uno
straccio nel liquido e avvicinò la fiamma
dell’accendino. Il liquido prese subito fuoco.
Pensammo allora che potesse essere carburante
non completamente raffinato. Alcuni provarono
a guadagnarci qualcosa vendendolo a
dei benzinai che avrebbero potuto miscelarlo.
Non sospettavamo nulla. Io parcheggiai il camion
davanti a casa mia, dove vivono mia moglie
e i miei figli. Pensate che l’avrei fatto se
avessi saputo che trasportavo veleno? Nemmeno
un kamikaze fa saltare la propria casa.
Poi cominciarono ad arrivare notizie di rivolte
in tante parti della città, di camion dati alle
fiamme. Ero terrorizzato. Sversai il camion nella
foresta e rimasi nascosto per giorni nel timore
di essere ucciso dalla gente inferocita”.
Bakayoko Anada poi il coraggio lo ha ritrovato.
Un crimine rimasto
senza colpevoli
Insieme ad altri suoi colleghi ha raccontato,
denunciato a Greenpeace, testimoniato al processo,
ha fondato una Ong di camionisti contro
il trasporto di rifugi tossici. “Perché – gli chiediamo
questo traffico continua ancora dopo
la tragedia della Probo Koala?”. “Ci sono veleni
che non puzzano – risponde – e gente che per
soldi è disposta a spargerli nel nostro paese”.
Gli unici che finora hanno pagato per questo
crimine sono stati un dirigente doganale ivoriano,
condannato a 5 anni e Solomon, il direttore
della Tommy , condannato a vent’anni,
nonostante abbia sempre sostenuto di essere
stato anche lui truffato dalla Puma Energy, che
sul suo contratto avrebbe scritto solo “Acqua
sporca”, mentre in quello rimasto in mano alla
società avrebbe aggiunto poi la parola “contaminante”.
Comunque Solomon ha scontato
poco della sua pena perché è stato liberato negli
anni del caos della guerra civile. La Trafigura e la
Puma che continuano ad operare ad Abidjan
sono state incredibilmente assolte da ogni imputazione
nel 2008.
Claude Dauphin, presidente e direttore generale
della società Trafigura Limted, assolto per
non aver personalmente commesso o agito alcun
atto perseguibile”. Formule uguali o simili
per: Jean-Pierre Valentini, Responsabile del
Dipartimento Africa della Trafigura , Jorge
Luis Marrero, Responsabile della Logistica
per i Carburanti della Trafigura , Paul Short,
Responsabile del Dipartimento Trasporti e
Contratti della Trafigura e via via a scendere
nelle assoluzioni fino al funzionario della
dogana condannato.
Chi davvero ha pagato e continua a pagare
sono le tante, troppe, Bintou. Uno studio
ancora approssimativo quantifica in 30mila
le vittime degli sversamenti tossici della Pro -
bo Koala nel breve periodo, ed in più di
100mila nel medio-lungo periodo. Una stima
sicuramente per difetto: nelle bidonville
sono molti i senza nome. Quelli ai quali la
miseria nega anche un numero su un pezzo
di carta. Esseri umani senza volto. Come lo
è Malana, 4 anni, seduta nel suo lettino nel
reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale
di Treichville ad Abidjan. Il linfoma di
Burkitt ha trasformato il suo viso in una
massa informe di carne tumida e rigonfia. È
chiamato anche cancro africano perché si
manifesta particolarmente dove la mancanza
di igiene ambientale e la denutrizione
portano all’abbassamento delle difese immunitarie.
L’esposizione a sostanze tossiche
come i solventi ne favorisce lo sviluppo.
L’oncologia dell’ospedale di Treichville non
ha radioterapia né stanze sterilizzate, ma chi
riesce ad arrivarvi è fortunato. I venti posti
letto disponibili sono gli unici della Costa
D’Avorio con i suoi più di venti milioni di
abitanti, così come i sette oncologi sono i
soli in tutto il paese. I farmaci per la chemioterapia
vi arrivano soltanto grazie al lavoro
di una Ong italiana, “Soleterre”, in
cooperazione con il “Gruppo di appoggio
franco africano” nato all’Istituto Gustave
Roussy di Parigi.
La “Soleterre”
e il sorriso di Andrea
È li che conosciamo Francois, Laetitia, Izaac
e gli altri bambini e bambine colpiti dal tumore.
Quelli che hanno la forza e la possibilità
di alzarsi dal lettino sono tutti nella
stanza di ricreazione allestita e seguita sempre
dagli operatori di “Soleterre”. Stanno
cantando, accompagnando il ritmo di una
bella canzone africana con il battere della
mani. Un po’ di allegria, di gioco, sono terapia,
importante quanto lo sono i farmaci.
Ci divertiamo insieme a disegnare ed a colorare
uccelli buffi e strampalati.
Francois e Laettita sono i capi banda, la loro
vivacità e le loro risate piene contagiano tutti.
Tutti ma non la piccola Andrea che è
arrivata oggi. È minuta, sta a capo basso, il
viso nascosto dal cappuccio della felpa leggera
che indossa. Lo sguardo perso in una
voragine di tristezza. Non sorride, non disegna,
non colora. Se gli viene messo in mano
un pastello non lo stringe, lascia che penzoli
inerte tra le dita a segnare soltanto la sua
lontananza da tutto e da tutti.
Il sorriso di Andrea è l’ultima immagine che
porto con me dalla Costa D’Avorio. Sì, perché
finalmente lo vedrò illuminare timido il
suo viso. Due giorni dopo, nella casa dove
Soleterre” dà ospitalità ai genitori ed ai
bambini sotto terapia che non avrebbero
altro luogo dove andare se, come Andrea,
sono arrivati da villaggi lontani. Andrea sorride
perché ha fatto amicizia con Laetitia,
ospite della casa anche lei. Ora si sente un
po’ meno sola e persa. “Ciao Laetitia, ciao
Andrea. Je vous donne la demi route”. La mezza
strada. È il saluto ivoriano. Un augurio
per rincontrarsi. Mezza strada è la metà del
percorso che si deve fare a ritroso per ritornare.
Mezza strada perché non ci si allontani
troppo. Non siamo poi così lontani
noi qui in Italia.
Non lo è certo la Acegas del gruppo Hera che
fa parte della Cea , primo produttore italiano
per i rifiuti trattati, che nel 2009 costituisce
la Adria Link, società partecipata in egual misura
da Enel Produzione Spa e da Trafigura Elettricity
Italia srl (adesso Spa) incurante ed indifferente
riguardo alle responsabilità criminali
della Trafigura nella tragedia provocata
dalla Probo Koala. Certo, l’incuranza e
l’indifferenza non sono crimini. Sono “demi
route ” a metà strada con la complicità.
(Ha collaborato Gabriele Fazio)

il fatto quotidiano 19 luglio 2014 

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