domenica 8 giugno 2014

processo Iovine «L’illegale diventa normale», il racconto del boss ‘o Ninno - «Sindaci e imprenditori, tutti sapevano, tutti facevano orecchie da mercante»

fortuna che in provincia di Latina sindaci e imprenditori sono tutti in prima contro la camorra e il traffico illecito di rifiuti, non si contano le denunce, i pareri, le opposizioni e le delibere contrarie.

l'articolo su Il manifesto di  Andrea Palladino, SANTA MARIA CAPUA VETERE

«L’illegale diventa normale», il racconto del boss ‘o Ninno

L'udienza. Parla il «ragioniere»: «Sindaci e imprenditori, tutti sapevano, tutti facevano orecchie da mercante»
Si agi­tano le mani di Anto­nio Iovine, cinquant’anni, camor­ri­sta e da meno di un mese col­la­bo­ra­tore di giu­sti­zia. Sullo schermo della video­con­fe­renza, nell’aula del tri­bu­nale di Santa Maria Capua a Vetere, appare appena il capo coperto da un cap­pello. Il corpo accom­pa­gna il rac­conto, men­tre si può solo imma­gi­nare il suo viso da ragazzo cre­sciuto, oggi nasco­sto, invi­si­bile. ‘O ninno, lo chia­ma­vano, il bam­bino. Un po’ per i suoi tratti. O forse per­ché il suo bat­te­simo di fuoco lo ha rice­vuto appena ven­tenne, durante una delle più famose guerre di mafia del napoletano.
Era il 1984, quando i casa­lesi ini­zia­vano l’ascesa verso i ver­tici mafiosi della Cam­pa­nia. Lo scon­tro — all’epoca — era con il clan Nuvo­letta, legato ai Cor­leo­nesi di Riina, come già ha rac­con­tato qual­che anno fa Gio­vanni Bru­sca. «Fu De Falco quel giorno ad avver­tirmi che la mat­tina pre­sto dove­vamo uscire per fare un ser­vi­zio — ini­zia il rac­conto di Iovine, inter­ro­gato ieri dal Pm Ardi­turo — ed era­vamo io, Bar­del­lino, De Falco, Capo­luongo, Zaga­ria». Nomi che allora dice­vano molto poco al fuori dei con­fini della pro­vin­cia di Caserta, boss a capo dell’organizzazione più feroce, in grado di lasciare cen­ti­naia di morti sulle strade cam­pane, nel giro di pochi anni. «Ci riu­nimmo in una casa di San Cipriano, poi a Quarto, nella casa di un nobile, Chiac­chia; arri­va­rono altri gruppi del napo­le­tano, da Nola. Bar­del­lino ebbe una chia­mata, ci avvi­sa­vano che erano in quel posto di Marano. C’era una stra­dina di cam­pa­gna in fondo a un piaz­zale, è lì che l’abbiamo ucciso», pro­se­gue il racconto.
La  voce stona rispetto a quello che si può imma­gi­nare. Snoc­ciola gli altri omi­cidi, li elenca con un tono senza emo­zione, anti­ci­pando il suo ruolo che — dopo qual­che anno — avrebbe assunto. Lo defi­ni­scono il mini­stro dei lavori del clan. Ha tenuto la cassa insieme a Michele Zaga­ria per anni, distri­buendo i soldi, nego­ziando con gli impren­di­tori, rac­co­gliendo i favori dei poli­tici, a ini­ziare dai sin­daci della zona. In fondo una sorta di ragio­niere, abi­tuato a mediare, a risol­vere i con­tra­sti con calma, freddamente.
L’intera parte ini­ziale della sua depo­si­zione — la prima in un’aula di tri­bu­nale durante un’udienza pub­blica — il pm Anto­nio Ardi­turo la dedica alla descri­zione del suo ruolo nel clan. Appare subito chiaro come nella zona di Caserta si sia gio­cata una par­tita molto più grande di quello che era imma­gi­na­bile fino a qual­che anno fa. Die­tro le lotte delle cosche c’era l’influenza di Cosa nostra. I cor­leo­nesi di Riina ave­vano impo­sto ai cugini cam­pani l’eliminazione del nemico giu­rato Tom­maso Buscetta. «Ci fu un incon­tro tra Bar­del­lino e Buscetta in Bra­sile — rac­conta Iovine -, si erano pre­pa­rati, lui e Mario Iovine, per ucci­derlo. Ma Bar­del­lino si fece con­vin­cere da Buscetta che i “cat­tivi” erano gli altri, i cor­leo­nesi. Quindi si assunse la respon­sa­bi­lità di lasciarlo andare. È da lì che si rup­pero i rap­porti tra Nuvo­letta e Bar­del­lino», con l’inevitabile seguito della guerra degli anni ’80.
Nel 1988 cam­biano le alleanze, il gruppo di Anto­nio Bar­del­lino — fino ad allora a capo dei casa­lesi — diventa il nemico giu­rato di Fran­ce­sco San­do­kan Schia­vone. Dopo il rego­la­mento di conti «i capi clan diven­tano “San­do­kan” e Fran­ce­sco Bido­gnetti “Cic­ciotto ‘e mez­za­notte”. Sono loro che dopo il ’95 affi­dano il clan a me e Michele Zaga­ria, almeno fino al ’97».
«Chi è Anto­nio Iovine nel clan dei casa­lesi?», chiede quasi a bru­cia­pelo il pm Anto­nio Ardi­turo, per defi­nire con chia­rezza il peso del nuovo col­la­bo­ra­tore. «Io ho sem­pre avuto un ruolo equi­li­brato — risponde ‘o Ninno - men­tre Michele Zaga­ria cer­cava lo scon­tro. Io cer­cavo sem­pre l’accordo e que­sto mi ha per­messo di essere ascol­tato da tutti. Zaga­ria lan­ciava il sasso e poi aspet­tava che io siste­massi le cose».
Atten­zione alle parole, che dif­fi­cil­mente sono casuali o istin­tive in un boss del cali­bro di Iovine. Durante la sua depo­si­zione punta — appena è pos­si­bile — il dito verso il suo ex amico, quel Michele Zaga­ria con il quale con­di­vi­deva il comando. «Con lui ho ini­ziato ad avere delle discus­sioni nel 2006, avevo capito che l’amicizia la inten­deva in maniera diversa». Segnali, sfu­ma­ture che ser­vi­ranno agli inqui­renti per inter­pre­tare nel det­ta­glio la geo­gra­fia cri­mi­nale del clan, soprat­tutto la più recente.
Seguendo le prime tre ore della depo­si­zione la mafia caser­tana rac­con­tata da Iovine appare quasi banale, come la sua voce mono­corde: «Tutti sape­vano, tutti face­vano orec­chie da mer­cante — rac­conta — e quello che era ille­gale alla fine diven­tava legale, nor­male». Una nebu­losa, un magma. Una for­mula dove il clan era solo uno dei com­po­sti, affian­cato, raf­for­zato, mol­ti­pli­cato dai sin­daci e dagli impren­di­tori. San­gue e alleanze, piombo e complicità.

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