giovedì 16 gennaio 2014

LA “SERVITÙ” DEL PORTO ITALIANO E L’ODISSEA DELLE ARMI CHIMICHE

COSÌ VERRÀ DISTRUTTO L’ARSENALE DI ASSAD. OGGI LA BONINO FA IL NOME DELLO SCALO QUALE MARE Proteste in Sardegna Una volta trasbordati su una nave Usa, 700 tonnellate di gas e materiali verranno trattati per finire in Nord Europa L’Italia mette a disposizione uno dei suoi porti. Gli Stati Uniti una nave super attrezzata, la Cape Ray, per il trattamento in alto mare delle armi chimiche. La Germania si è assunta il compito di distruggere in un impianto della società Geka di Munster in Bassa Sassonia 300 tonnellate di materiale risultante dalle prime operazioni di neutralizzazioni degli agenti chimici effettuate sulla nave americana. Norvegia e Danimarca hanno fornito due navi commerciali, la Taiko e la Ark Futura, per trasportare i container contenenti 280 serbatoi per un totale di 700 tonnellate di armi chimiche. La Cina e la Russia hanno inviato unità navali a protezione delle navi cariche di veleni. È un’operazione gigantesca quella concordata da Stati Uniti e Russia per l’eliminazione del pericolosissimo arsenale chimico siriano. Ci vorranno ancora dai 3 ai 6 mesi perché tutto venga completato, sempre non ci siano intoppi. Finora ci sono già state diverse battute d’arre - sto e alcuni paesi, dalla Francia alla Danimarca all’Albania, temendo conseguenze si sono rifiutati di indicare un porto per le operazioni di trasbordo delle sostanze chimiche. L’ultimo contrattempo si è verificato un paio di settimane fa, a cavallo della fine dell’anno, quando le operazioni di stoccaggio sulle navi commerciali sono state rallentate dalle condizioni del tempo avverse, come ha ufficialmente informato l’Opac, l’organizzazione internazionale per il divieto delle armi chimiche che sovrintende all’ope - razione. IL CONVOGLIO è in navigazione dal porto siriano di Latakia e ora sta facendo rotta verso uno scalo italiano che al momento risulta top secret, anche se diverse fonti sostengono che la scelta avverrà tra 4 scali allertati: Gioia Tauro, Brindisi, Augusta e Cagliari. Solo oggi il nome verrà comunicato ufficialmente dal ministro degli Esteri Emma Bonino, ma già ieri si erano scatenate proteste in Sardegna. Le fonti ufficiali si rifiutano di dire perfino se alla fine saranno scelte banchine commerciali oppure di pertinenza militare, anche se il coinvolgimento nell’affare del ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, lascia intendere che ci sia una predilezione per uno scalo normale. Nel caso fosse invece scelto un impianto militare, le navi dei veleni potrebbero puntare sulla Maddalena o su Augusta, dove accanto alle banchine per le petroliere c’è anche una base della marina militare italiana e una lunga banchina Nato. Nel porto italiano verranno effettuate le manovre di trasbordo dei container dalle navi madri alla Cape Ray. Si tratta di operazioni relativamente semplici, per le quali non c’è bisogno di strutture particolari come gru e ponteggi. Le navi madri sono traghetti Ro-Ro caricati dal portellone con i camion e anche la Cape Ray, pur essendo militare, ha caratteristiche simili. È lunga 200 metri e larga 32, ha un pescaggio di 10 metri, è stata costruita 37 anni fa e sta navigando con 138 persone a bordo: 38 marinai, 63 tecnici dell'Army Edgewood Chemical Biological Center (Ecbc), il centro americano specializzato per la difesa chimica e biologica, e una quarantina di addetti alla sicurezza. Nel cantiere Earl di Portsmouth in Virginia sono stati montati sulla Cape Ray due Field Deployable Hydrolysis System (costano 5 milioni di dollari l'uno), sistemi per il trattamento dei cosiddetti “gas mostarda” del - l’arsenale siriano attraverso la scissione dei legami chimici con l'aggiunta di acqua. L’operazio - ne dovrebbe avvenire in alto mare, in Atlantico o forse nelle più calme acque del Mediterraneo. Il materiale di risulta sarà infine trattato in Germania. Il fatto quotidiano 16 gennaio 2014

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