venerdì 21 marzo 2014

Giornata delle foreste. Dalla Birmania il primo veto all'export di tronchi

Le Nazioni Unite celebrano oggi l'impegno per la salvaguardia di uno dei cardini della biodiversità, minacciato dal disboscamento selvaggio. I primi segnali in controtendenza giungono dalle regioni dell'Asia dove si concentra la maggior parte del patrimonio boschivo dell'emisfero orientale
di RAIMONDO BULTRINI BANGKOK  -  Forse sarà solo un sogno, ma sulla carta lo hanno condiviso quasi tutti gli Stati del mondo: ridurre drasticamente dal 2015 il taglio delle foreste, restituire ossigeno al pianeta, frenare l'effetto serra. Con questi obiettivi difficili ma necessari  per "proteggere e gestire sostenibilmente ecosistemi vitali", le Nazioni Unite celebrano oggi la giornata mondiale degli alberi. Non una ricorrenza cerimoniale, come ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, ma un riconoscimento formale dell'importanza di salvare, assieme al verde, la vita stessa sulla terra, a cominciare dal miliardo e 600 milioni di esseri umani e all'80 per cento degli animali e degli insetti che abitano e si riproducono nelle foreste.

Di alberi priminegii è ricoperto ancora un terzo del pianeta, e grazie a loro si preservano le fonti e i bacini idrogeografici che forniscono il 75 per cento di acqua dolce al pianeta, senza contare il loro ruolo nel preservare la regolarità del ciclo di piogge e monsoni. La deforestazione  -  spiegano le Nazioni Unite  -  contribuisce oggi tra il 12 e il 20 per cento alle emissioni globali di gas a causa dei cambiamenti climatici.

Preservare l'oro verde che sta diventando più prezioso di quello giallo e di quello "nero", non è un compito solo di chi vive nelle foreste e ne dipende direttamente, ma anche di chi, nella giungla di cemento delle città, potrebbe piantare un albero  -  come si invita a fare per la ricorrenza di oggi - e aiutarlo a crescere sottraendolo alle ruspe. La riserva della banca mondiale di madre natura non può scendere infatti  -  come succede con i lingotti delle riserve auree quando si emette troppa moneta  -  sotto certi livelli di ossigeno, anidride carbonica e umidità nell'aria, necessari per vivere e non ammalarsi. Strano a dirsi, sembra che a capirlo meglio di altri siano oggi i "cattivi" di ieri, come dimostrano alcune storie esemplari che vengono da quelle regioni dell'Asia dove si concentra buona parte del patrimonio boschivo dell'emisfero orientale.

L'evento più importante in coincidenza con la celebrazione mondiale dell'albero è stato l'annuncio del governo birmano di voler vietare dal 1 aprile l'esportazione di tronchi di legno grezzo. E' una decisione a suo modo storica in un Paese dove il patrimonio boschivo è stata una delle principali fonti d'introito per i sanguinari generali rimasti al potere oltre mezzo secolo, al punto che dal 1990 al 2010 il polmone verde del Myanmar si è ristretto dal 58 al 47 per cento. Ancora oggi il commercio del legname genera il 90 per cento dei guadagni nell'esportazione, 1 miliardo di dollari nel solo 2013, in parte finiti nelle casse dello Stato, nei bilanci delle grandi compagnie e in misura minima alle popolazioni locali, spogliate della loro fonte di sostentamento.

Nonostante le pressioni a tutti i livelli, il governo del Myanmar si dice però intenzionato a mettere la salvaguardia dell'ambiente davanti al profitto, e invita le imprese di legname che si erano arricchite finora ad investire in altre attività. Invece di vendere all'estero il tek e altri legni più o meno pregiati, ad esempio, si potrebbero ridurre i tagli e selezionare gli alberi per la commercializzazione dei prodotti in legno. Ma va da sé che nelle aree protette può svilupparsi l'industria del turismo internazionale, che continua a puntare sul Myanmar come uno dei luoghi di civiltà e natura ancora parzialmente incontaminati, proprio grazie ai decenni di isolamento e sfruttamento in regime di monopolio da parte di una ristretta élite.

Se dal male verrà davvero il bene è ancora presto per dirlo, perché alle intenzioni dovranno corrispondere i fatti, e quella birmana è una delle più grandi  -  e spesso incontrollabili - distese verdi rimanenti in Asia, dalle pendici dell'Himalaya nel nord alle foreste pluviali del sud. Interessi enormi ruotano attorno ad alcune delle più grandi compagnie di legname e lavori pubblici del Paese, con in testa i gruppi Asia World, Htoo e Yuzana, tutti convolti in un modo o nell'altro col passato regime ma ancora potenti. A loro si chiede ora di fare un passo indietro, e di cercare altre fonti di guadagno più eco-compatibili. "Avremmo dovuto farlo molto prima"  -  è stato il commento di un funzionario del ministero delle foreste - ma meglio tardi che mai".

L'altra notizia che riguarda l'apparente "conversione" degli ex speculatori alla religione della salvaguardia degli alberi, viene dall'Indonesia, l'Amazzonia dell'Asia. Qui sono bruciati in 20 anni oltre dieci milioni di ettari di foreste, grazie alle vecchie concessioni e ai tagli illegali da parte di grandi e piccole compagnie nazionali e straniere. Per ironia della sorte, molte di queste società hanno i loro uffici  legali a Singapore, dove il fumo sprigionato dagli incendi nel Kalimantan, in Borneo, a Sumatra e in altre isole dell'arcipelago, si addensa con una cappa densa e irrespirable durante lunghi periodi dell'anno.

Ma è proprio una di queste ex multinazionali della speculazione chiamata Asia Pulp & Paper  -  la terza più grande del mondo in questo settore  -  ad essere oggi al centro di un caso del tutto inedito. In un raro esempio di inversione dei ruoli, la compagnia è entrata in contrasto con una comunità locale di Basilam Baru nella provincia di Riau a Sumatra, le cui terre ricadono per 700 ettari dentro una concessione di 35 mila ettari di foreste pluviali dove la APP sta applicando da oltre un anno la moratoria al taglio di alberi. I locali, guidati da un califfo, sostengono che il divieto non vale per chi della foresta deve vivere, e reclama il diritto di generare un introito per la sua comunità sostituendo gli alberi della pioggia con palme da olio. Ma il salvataggio delle torbiere è diventato ormai una bandiera della APP, soprattutto da quando molti clienti del suo legname e dei prodotti derivati hanno rescisso i contratti per timore di essere messi al bando da organizzazioni internazionali dell'ambiente come il WWF e Greenpeace, che per anni hanno promosso il boicottaggio dei loro prodotti.

Da quando la Asia Asia Pulp & Paper ha avviato il suo programma di salvaguardia delle foreste pluviali, le due organizzazioni hanno interrotto infatti la campagna di boicottaggio, chiedendo ai clienti di monitorare l'effettiva attuazione della promessa moratoria. E' un esempio del fatto che poco a poco sta crescendo la consapevolezza dei danni anche economici provocati a lungo termine dalla deforestazione. Forse è solo l'inizio, ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Così come in Birmania si propongono business alternativi al taglio di legname, in Indonesia alle comunità locali come quella di Basilam Baru sono stati offerti altri terreni già disboscati per piantare le loro palme. Il califfo a capo del comitato di abitanti per ora ha rifiutato la proposta, sostenendo che non intendono spostarsi dalle terre che gli appartengono. Ma una volta tanto avranno contro il fronte un tempo diviso e ora compatto degli ex speculatori e degli ambientalisti. http://www.repubblica.it/ambiente/2014/03/21/news/giornata_delle_foreste_thailandia_birmania-81535666/?ref=HRLV-17

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