lunedì 19 agosto 2013
laguna di Venezia incidenti e grandi navi: per il ministro dell’Ambiente l’unica emergenza è la sua carriera
L’INTUIZIONE
Per le grandi navi
ha preso tempo fino
a ottobre quando però
scatterà il divieto
di passaggio (deciso da
altri) per i lavori del Mose
di Giorgio Meletti
Se le navi da crociera continuano
a fare l’onda in piazza San
Marco è anche merito dell’astuta
inerzia del ministro dell’Ambien -
te Andrea Orlando: un genio, nell’accezione
dettata nel 1975 a contemporanei
e posteri da Mario
Monicelli con il film Amici miei.
Più di due mesi fa aveva parlato
chiaro: “Va stabilito un termine
certo per questo divieto”. Ineccepibile,
tanto più che il divieto era
stato istituito già oltre un anno
prima dal decreto Clini-Passera,
dopo il naufragio della Costa
Concordia all’isola del Giglio.
COME SEMPRE, scritto un divieto
bisogna poi attuarlo. Detto il 12
giugno che bisognava fissare un
termine, Orlando ha continuato a
studiare in silenzio, mettendo a
confronto mezza dozzina di alternative,
in una esplosione di fantasia
alla quale manca solo lo scavo
di un canale verso nord per deviare
le navi verso Treviso e di lì
fino ad Amburgo. Il 25 luglio si è
riunito di nuovo a Roma con il
ministro dei Trasporti Maurizio
Lupi e il sindaco di Venezia Giorgio
Orsoni. Dopo lunga e cooperativa
disamina, Orlando ha dato
il lieto annuncio: “Abbiamo definito
un obiettivo temporale che
è quello della fine di ottobre”. Lupi,
intanto, commentava senza ridere:
“Quello che a noi importa
come governo è dare un segnale
fortissimo che si vogliono prendere
le decisioni”.
Per i comuni mortali il governo
del fare si era preso altri tre mesi.
Solo loro, gli addetti ai lavori, potevano
invece sapere che era scattato
il genio. Arrivando a fine ottobre
si compirà il miracolo: da
novembre le navi dovranno comunque
tenersi alla larga da Venezia,
e dirottarsi su Ravenna o
Trieste, per i lavori del Mose, il
mostruoso sistema di dighe mobili
contro l’acqua alta. Così Orlando
avrà tenuto fermo il punto
(“no alle grandi navi nel canale
San Marco!”) senza entrare in urto
con gli interessi del business
delle crociere, che a Venezia significa
anche migliaia di posti di
lavoro.
E dunque che cos’è il genio? “Fan -
tasia, intuizione, decisione e velocità
di esecuzione”, come abbiamo
imparato da Amici miei. Orlando
è stato beneficiato da madre
natura, con abbondanza, soprattutto
della velocità di esecuzione.
A 44 anni, sostenendo che le cose
prima si fanno e poi si dicono, ne
ha già fatte tante senza fare niente.
FUNZIONARIO del Pci a vent’anni,
assessore nella sua La Spezia
per alcuni lustri, deputato dal
2006, ha dimostrato fantasia e velocità
di esecuzione assurgendo
alla politica nazionale come fassiniano,
per restarci con incessanti
trasmutazioni: da fassiniano a
veltroniano, da veltroniano a dalemiano
e bersaniano, e poi giovane
turco e ministro. Di lui si ricordano
più incarichi che cose
fatte: segretario organizzativo dei
Ds, portavoce del primo Pd di
Veltroni, responsabile giustizia
del Pd di Bersani, commissario
politico del Pd di Napoli. Una galoppata
sempre rasente i muri,
senza fare mai niente di visibile,
perché se fai sbagli e la carriera
può risentirne. Non c’è memoria
di sue battaglie, vittorie, sconfitte.
Le sue evoluzioni sono così rapide
da non lasciare traccia nella retina,
anche grazie a un altro strumento
prezioso sdoganato da
Amici miei, la supercazzola. Dice di
aver scoperto nei primi cento
giorni da ministro che “l’assun -
zione di una visione strategica
delle politiche di sostenibilità e di
tutela e valorizzazione ambientale
impone un cambiamento di cultura
politica. L’ambiente (...) come
orizzonte strategico capace di
interpretare la realtà ed orientare
le scelte di fondo della società moderna”.
A dimostrazione di tanta
lungimiranza, rivendica: “Uscire
dalla mera gestione delle emergenze,
pur presidiando le diverse
situazioni di crisi, è stata l’im -
pronta che ho inteso dare a questi
primi 100 giorni”. Coerentemente,
è uscito dalla gestione di ogni
emergenza.
Quando è stato nominato commissario
per l’Ilva il manager scelto
dai Riva, Enrico Bondi, Orlando
ha salutato la prudente scelta
come “punto di equilibrio”, per
poi affiancargli col realismo che
non gli manca un subcommissario
più sensato come Edo Ronchi.
Appena Bondi è finito nel fuoco
delle polemiche, con l’accusa di
aver sostenuto che i tarantini si
prendono il cancro perché fumano
troppo, lui ha alzato la voce comunicando
di averlo perentoriamente
convocato, dimenticandosi
però di farci sapere che cosa si
sono detti due settimane dopo,
quando Bondi si è degnato di presentarsi.
LA VELOCITÀ di esecuzione deve
essere accompagnata dalla rapidità
dell’oblio, in cui Orlando
eccelle. Il 6 marzo scorso, per
esempio, all’indomani della non
vittoria elettorale di Pier Luigi
Bersani, era più che sdraiato sulla
linea del segretario, governo di
cambiamento con Grillo, e proponeva
alla distratta direzione del
Pd le lotte di piazza contro l’au -
sterità: “Non possiamo lasciare la
piazza solo agli altri perché altrimenti
il rapporto con il M5S, che
credo sia l’unica via possibile in
questo momento, si sviluppa su
un piano di subalternità”. Cinquanta
giorni dopo, il 26 aprile,
dopo un fulmineo giro di valzer
renziano, il nostro era già pronto
alla poltrona di ministro nel governo
delle larghe intese, pretesa
con il ditino alzato: “Saremo leali
con Enrico Letta ma serve un governo
innovativo. E noi giovani
turchi non siamo né sull’Aventi -
no, né alla ricerca di poltrone”. Infatti,
non cercata, la poltrona
piovve dal cielo 48 ore dopo.
Twitter @giorgiomeletti
Il fatto quotidiano 19 agosto 2013
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