mercoledì 7 gennaio 2015

ILVA, IL GOVERNO BONIFICA POCO E DISINNESCA ANCHE I GIUDICI FINANZIAMENTI RIDOTTI ALL’OSSO

SECONDO PALAZZO CHIGI LA VALUTAZIONE
DEL DANNO SANITARIO NON PUÒ MODIFICARE LE PRESCRIZIONI SUGLI IMPIANTI
PORCATE VELENOSE
IL DOPO-RIVA
Pronti a subentrare
la multinazionale
Arcelor Mittal
e il gruppo Marcegaglia,
in difficoltà
e in conflitto d’interessi
di Carlo Di Foggia
Approvato la vigilia di
Natale, l’ennesimo
decreto “Salva Ilva”
è legge da lunedì
scorso. E da ieri se ne conoscono
i pesanti effetti. Dopo che
Monti stabilì che l’acciaieria restava
aperta contro la decisione
della magistratura, Letta che tagliava
fuori i Riva – commissa -
riandola – il settimo decreto di
Matteo Renzi li estromette definitivamente.
Lo fa, però, mettendo
pochissimi soldi sul piatto
delle bonifiche, dando carta
bianca al commissario e con pesanti
deroghe al rispetto delle
prescrizioni ambientali. Quelle
che fanno infuriare gli ambientalisti,
Verdi in testa, che parlano
di “condono”. Promemoria:
il premier si è convinto della necessità
di una nuova “operazio -
ne Alitalia”. Tradotto: con una
piccola modifica alla legge Marzano
(fatta per Parmalat), parte
l’amministrazione controllata
su richiesta del commissario
Piero Gnudi. Poi lo schema è
noto: la parte sana –la good company
va in mano al futuro
commissario (stando al testo, lo
stesso Gnudi), mentre debiti e
contenziosi finiscono in una
bad company, con la garanzia
dello Stato. Questo, però, nel testo
del governo non c’è. C’è però
molto altro.
COMMISSARIO- IMPUNITÀ
Viene lasciata carta bianca al
nuovo commissario e ai suoi incaricati
nell’attuazione del piano
ambientale previsto dall’Au -
torizzazione integrata, quella
che dovrebbe fare in modo che
l’Ilva non uccida più i tarantini:
non rischieranno nulla sul piano
penale e civile. Il perché è
presto detto: stando al testo,
molte delle prescrizioni sanitarie
non verranno rispettate. Il
cavillo disinnesca così qualsiasi
iniziativa della Procura di Taranto.
Obiettivo manifesto, peraltro,
dei precedenti decreti.
PRESCRIZIONI, C’È TEMPO
Qui si sfiora il condono. L’articolo
2 stabilisce infatti che per rispettare
le 94 prescrizioni previste
dall’Aia c’è tempo fino al luglio
2015. Ma c’è un di più: basterà che
per quella data ne siano state realizzate
almeno l’80% per non
bloccare tutto. Toccherà al Ministero,
con apposito decreto, fissare
il termine per le restanti. Quali?
Stando ai tempi fissati dal testo
quelle più importanti: la copertura
del parco minerali (considerato
il principale responsabile del
sollevamento delle polveri verso il
rione Tamburi), e la numero 16:
agglomerato cokeria altiforni.
Entrambe scadono a ottobre e la
prima ha tempi lunghi: circa due
anni e mezzo. I lavori però, non
sono ancora iniziati e il progetto
esecutivo ancora non ha l’ok definitivo.
Il rischio è che i due più
importanti paletti a tutela della
salute non vengano rispettati.
SALUTE, INSOMMA
Più che sottostimarli, il decreto
sembra ostacolarli. Sempre
all’articolo 2 si decide che la valutazione
del danno sanitario
non può modificare le prescrizioni
che devono essere adottate sugli
impianti. Perché? La risposta,
forse, è nello studio della valutazione
del danno sanitario redatto
dall’Arpa Puglia: in caso di non
applicazione delle prescrizioni
sarebbero a rischio cancro 25 mila
persone, che in caso di piena
applicazione si ridurrebbe solo
del 50%. Dettaglio inutile, visto
che non potranno incidere sulle
bonifiche.
GLI SPICCI (DI LETTA-MONTI)
Renzi ha parlato di 2 miliardi di
euro. Soldi che però non ci sono,
almeno non tutti. 1,2 miliardi,
per dire, sono quelli sequestrati ai
Riva dalla procura di Milano. Sequestrati,
non confiscati (serve
una sentenza definitiva): in pratica
i soldi sono ancora bloccati in
Svizzera. Proprio in questi giorni
i pm stanno dialogando con le
autorità elvetiche per riportarli in
Italia, ma l’operazione non è
semplice e i soldi sono a rischio
contenzioso. Di sicuri, ci sono solo
486 milioni. Cifre non stanziate
da Renzi, ma dai governi precedenti
al suo, e finora mai spesi
(ci sono anche fondi di Fintecna:
150 milioni). Il premier ha promesso
poi 375 milioni di fondi
europei. Nel testo, però, la cifra
non compare. I custodi giudiziari
della Procura di Taranto avevano
stimato il danno ambientale in 8
miliardi. Dei 30 milioni per la ricerca
sui tumori infantili, promessi
dal premier, invece, non c’è
traccia. Renzi sembrava tenerci
in modo particolare: “L’Europa
non ci impedisca di salvare i
bambini di Taranto”, ha spiegato
nelle scorse settimane. Ieri, il sottosegretario
Graziano Delrio ha
assicurato che ci saranno. Secondo
uno studio dell’Istituto superiore
della sanità del 2014, la
mortalità per tumore della popolazione
tarantina da zero a 15 anni
è risultata del 21% superiore alla
media della Puglia, mentre l’in -
cidenza delle malattie tumorali è
superiore del 54%.
IL FUTURO
Accollate le perdite allo Stato,
l’acquirente c’è già: la multinazionale
Arcelor Mittal e il gruppo
Marcegaglia, in difficoltà e in
conflitto d’interessi in quanto
fornitore dell’Ilva. La cifra, stando
al testo, è stata già fissata da
una valutazione indipendente
(che non è dato conoscere). Proprio
come chiesto da Mittal.

Il fatto quotidiano 7 gennaio 2014

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