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lunedì 10 marzo 2014
Latina Ha sequestrato 800 milioni Lo sbirro antimafia punito dalla polizia TERRA DEI CASALESI
Ha sequestrato 800 milioni
Lo sbirro antimafia
punito dalla polizia
TERRA DEI CASALESI
Latina, tra Caserta e Roma, è il luogo di
sbarco della camorra campana nel Lazio
prima di compiere il grande salto verso
la Capitale. In particolare si segnalano i
clan dei Casalesi e dei Mallardo che da
qui si sono radicati in tutto il basso Lazio
investendo soprattutto nel settore edilizio,
immobiliare e nella filiera agroalimentare.
ARRIVA LA ‘N DRANGHETA
Dalle inchieste sulle infiltrazioni nel territorio
di Fondi (Latina) si è avuta la conferma
del radicamento anche della
‘ndrangheta (il gruppo dei Tripodo). La
presenza della criminalità organizzata è
stata a lungo sottovalutata o negata. Fino
ad arrivare alle dichiarazioni di alcuni
politici che parlarono di “associazione a
delinquere di stampo mediatico”.
di Lorenzo Galeazzi e Luca Teolato
Alle forze dell'ordine, che combattono
il crimine senza più
mezzi né risorse, rimangono gli
uomini, ma se poi neanche questi
vengono messi in condizione di lavorare,
allora tanto vale andare tutti a casa”. Parola
di Filippo Bertolami, vice questore e segretario
regionale per il Lazio del sindacato di
polizia Anip-Italia Sicura, che denuncia
“uno strano caso” avvenuto all'interno della
Questura di Latina: “Una storia tutta da
chiarire perché sembra un vero e proprio
caso di mobbing”.
La vittima è uno di quegli sbirri che da soli
portano avanti il lavoro di un intero ufficio:
il sostituto commissario per oltre quattro
anni si è occupato, praticamente da solo,
delle cosiddette misure di prevenzione, e
cioè i sequestri e le confische di capitali,
beni mobili e immobili di presunti esponenti
delle organizzazioni criminali che infestano
il basso Lazio, territorio
ad alta densità mafiosa.
A parlare sono i risultati:
800 milioni di euro
sequestrati e una carriera
impreziosita da premi ed
encomi vari sul suo operato.
Ma non è bastato. Prima
l'isolamento, poi la
sanzione disciplinare e infine
il trasferimento in un
altro ufficio. “Una tecnica
che ha funzionato – p r osegue
il sindacalista - tant'è
che Carlo (nome di fantasia,
ndr) alla fine è stato costretto
a lasciare la Polizia
di Stato”.
Secondo il sindacalista,
“l'agente passa dalle stelle
alle stalle con il cambio
della guardia ai vertici della
Questura di Latina”. Così,
nonostante i sequestri
disposti dal poliziotto trovino
sempre conferma nei
pronunciamenti della Corte
di Cassazione, dal 2011
per lui le cose cominciano
a mettersi male. Nonostante
il suo stato di servizio,
il nuovo questore
non sembra stimare il suo collaboratore,
come mette nero su bianco nella sanzione
disciplinare che gli infligge nel 2012: “Il sostituto
commissario dimostra un contegno
scorretto verso un superiore (il questore)
nonché abituale negligenza nell’a p p r e n d imento
delle norme e delle nozioni che concorrono
alla formazione professionale”.
Ma Carlo non ci sta e decide di fare ricorso;
il Tar, seppure per un vizio di forma, gli dà
ragione. Sì, perché secondo il tribunale amministrativo,
chi “irroga una sanzione disciplinare
non può essere anche quello direttamente
leso dal comportamento del
soggetto”. Una situazione, secondo le toghe,
che non fornisce le sufficienti garanzie
sulla “terzietà e obiettività nel comportamento
dell'amministrazione”.
Una vittoria sul piano formale che però non
basta a rasserenare un clima oramai avvelenato.
Poco importa che solo qualche mese
prima il dirigente della Divisione anticrimine
abbia segnalato il poliziotto proprio al
questore “per il suo lodevole comportamento
nell’espletamento delle attività di
istituto”. La nota è un encomio per il lavoro
del 2011 portato avanti in solitaria o al massimo
con l'aiuto di un assistente: “Ha incessantemente
monitorato personaggi di
interesse che gravitano nella criminalità
presenti in questa provincia, analizzando le
loro consistenze patrimoniali, i loro traffici,
le movimentazioni finanziarie e quant’altro
è stato necessario per dimostrare alle autorità
competenti le illecite attività per ottenere
l’applicazione di provvedimenti idonei
ad infrenare la delinquenza e realizzare
così una concreta ed incisiva azione di deterrenza
alla criminalità nel Sud pontino”.
PRIMA LODATO E APPREZZATO , poi, solo
cinque mesi dopo, protagonista di un comportamento
così inadeguato da meritarsi
una sanzione. “A leggere le carte si fa persino
fatica a pensare che si stia parlando
della stessa persona – chiosa Bertolami –
tant'è che come sindacato vogliamo vederci
chiaro e chiediamo quindi al Capo della Po-
lizia di mettere a confronto i due alti dirigenti
per comprendere come sia stata possibile
una valutazione diametralmente opposta
sullo stesso collega. Chiediamo altresì
al Procuratore capo di Latina di indagare a
fondo sui dettagliati esposti presentati dallo
stesso”.
Per il sindacalista, questa vicenda ricorda
molto da vicino un'altra storia successa una
decina d'anni fa sempre sul Litorale, ma
qualche chilometro più a nord, ad Ostia,
quando nel 2003 una squadra di poliziotti fa
luce sulla cupola mafiosa dedita allo spaccio
internazionale che reinvestiva i proventi
nelle attività commerciali sul territorio. Per
uno strano caso del destino l'indagine viene
insabbiata e i protagonisti, un pool composto
dai membri scelti dalla Squadra mobile
di Roma e dalla Polaria di Fiumicino,
screditati.
Peccato che nell'estate del 2013, la maxi
operazione Nuova Alba abbia confermato
molte delle piste d'indagine contenute nell'informativa
vergata dai poliziotti dieci anni
prima: nomi, cognomi, episodi e società
di copertura. Storia che si è ripetuta solo
pochi giorni fa, quando l'inchiesta Tramonto,
condotta dai finanzieri del Gico,
scoperchia il sistema imprenditoriale, in
apparenza pulito, messo in piedi dalle cosche
di Ostia.
“ANCHE IN QUEL CASO i guai per gli investigatori
iniziarono con il passaggio di
testimone ai vertici della Squadra mobile
della Questura di Roma”, racconta Bertolami
ricordando che ai tempi i poliziotti
sporsero denuncia, ma senza successo.
L'auspicio dell'Anip – Italia Sicura è di non
dover leggere anche oggi per le vicende di
Latina delle conclusioni come quelle.
“In ballo – conclude il dirigente sindacale –
c’è la credibilità delle istituzioni, la sicurezza
dei colleghi che lavorano sul territorio,
ma soprattutto la fiducia di quei cittadini
che credono ancora nella giustizia”. il fatto quotidiano 10 marzo 2014
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