PROMESSE
Dal
testo sono spariti
anche
i 30 milioni
per
finanziare
un
progetto di ricerca sui
tumori
e le assunzioni
all’Arpa
Puglia
di
Carlo
Di Foggia
Poche
righe e il condono
ambientale
è servito.
Com’è
prassi
nell’era
renziana, le
pieghe
dei decreti di governo
approvati
alla cieca dal consiglio
dei
ministri si arricchiscono
di
cavilli che ne svuotano la
portata
e le buone intenzioni.
Molte
promesse, poi, spariscono
del
tutto.
Andiamo
con ordine. Comitati
e
associazioni di Taranto sono
infuriati,
e puntano il dito su un
comma
del decreto “Salva Ilva”
approvato
dal governo la vigilia
di
Natale ed entrato in vigore lunedì:
quello
che stabilisce che il
piano
di risanamento ambientale
“si
intende attuato se entro
il
31 luglio 2015 sono realizzate,
almeno
nella misura dell’80 per
cento,
le prescrizioni in scadenza
a
quella data”. L’Autorizza -
zione
ambientale integrata –
che
dovrebbe impedire all’Ilva
di
continuare a uccidere i Tarantini
– ne
prevede 94. Stando
al
testo, quindi, circa il 20% verrà
di
fatto condonato. Non solo.
La
valutazione, infatti, è puramente
numerica,
senza alcun
accenno
ad elementi quantitativi.
Significa
che basterà realizzare
circa
75 prescrizioni per
chiudere
definitivamente la
pratica
delle bonifiche. Non importa
quali.
Peccato,
però, che nel maggio
scorso
il governo abbia prorogato
molte
scadenze, visti i ritardi
nell’attuazione
delle bonifiche,
e
alle date, salteranno tutte
gli
interventi più importanti,
a
partire dalla copertura del
parco
minerali, considerato il
principale
responsabile del sollevamento
delle
polveri verso il
rione
Tamburi. Servono 28 mesi
per
metterli i sicurezza (in
uno
dei parchi dovrebbe sorgere
l’edificio
più grande d’Euro -
pa),
ma i lavori non sono ancora
partiti
e i progetti esecutivi non
hanno
ottenuto il via libera definitivo.
“Nel
quartiere sono increduli
–spiega
Angelo Bonelli,
leader
dei Verdi –è il tradimento
di
qualsiasi speranza di un futuro
migliore”.
A scorrere la lista
delle
bonifiche a rischio c’è
di
tutto: dagli interventi sugli
agglomerati
alle cokerie, agli altiforni.
Prescrizioni
che da sole
valgono
costano quasi un miliardo
di
euro. Basta fare affidamento
su
una cinquantina di interventi
minori,
e il gioco e fatto.
La
copertura di tutti i parchi minerari,
invece,
non sarà obbligatoria,
e
a oggi è previsto solo la
bagnatura
delle polveri per impedire
la
dispersione. Salta anche
il
45 per cento delle coperture
dei
nastri che trasportano i
materiali,
così come la fermata
di
diverse batterie degli altiforni.
A
finire nelle maglie del condono
anche
il nuovo sistema di
trattamento
delle scorie dell’ac -
ciaieria:
“Saranno conclusi entro
il
3 agosto 2016”, scriveva il
governo
nel maggio scorso. Ora
però,
dopo luglio 2015 dovrà essere
emanato
un nuovo decreto
ministeriale
per rideterminare
la
scadenza.
NESSUN
OBBLIGO, però,
ma
solo
un auspicio senza limiti
precisi.
C’è poi il sistema di sicurezza
“Proven”,
quello che
dovrebbe
regolare la pressione
interna
dei forni: “Sarà fatto entro
22
mesi”, quindi è fuori. Il
condono
riguarderà anche i livelli
di
guardia delle polveri sottili:
le
soglie di sicurezza dovrebbero
essere
garantite da filtri e
sistemi
di spegnimento che però
non
sono ancora stati completati,
e
viste le disposizioni del decreto
non
ci sarà alcun obbligo
ad
accelerare i tempi. Stesso discorso
vale
per l’inquinatissima
area
di gestione dei rottami ferrosi.
“È
assurdo – spiega Fabio
Matacchiera,
del Fondo antidiossina
di
Taranto - Abbiamo
fatto
anche degli esposti alla Pocura:
si
tratta di un’area visibilmente
inquinante,
dove si vedono
i
fumi alzarsi anche di notte”.
“Così
facendo il governo ammette
di
non voler bonificare
l’Ilva,
visto che gli interventi più
importanti
non sono più obbligatori”,
spiega
Bonelli. “Quella
misura
significa che Renzi ha
solo
deciso di prendere tempo.
Il
tutto con un provvedimento
incostituzionale”,
continua Matacchiera.
Il
riferimento all’im -
punità
penale e civile per il futuro
commissario
(e i suoi uomini)
che
dovrà gestire l’Ilva in
amministrazione
controllata. Il
perché
è presto detto: stando al
testo,
molte delle prescrizioni
sanitarie
non verranno rispettate.
Il
cavillo disinnesca così
qualsiasi
iniziativa della Procura
di
Taranto. Lo stesso obiettivo,
peraltro,
dei precedenti sei
decreti
salva acciaieria varati dai
governi
Monti e Letta. Non solo.
Dal
testo sono spariti anche i 30
milioni
per finanziare un progetto
a
Taranto di ricerca sui tumori,
specialmente
quelli infantili,
promessi
dal premier. Stessa
cosa
anche per le assunzioni “a
tempo
indeterminato” di personale
per
potenziare le attività di
controllo
dell’Arpa Puglia:
niente
da fare. All’agenzia sono
increduli,
anche perché la promessa
compeggia
ancora sul sito
di
Palazzo Chigi. Il governo,
peraltro,
nel decreto mette nero
su
bianco che “la valutazione del
danno
sanitario non può modificare
le
prescrizioni che devono
essere
adottate sugli impianti”.
In
pratica se la situazione peggiora,
gli
interventi di bonifica
non
cambiano. La risposta a
questa
norma, forse, è nello studio
della
valutazione del danno
sanitario
redatto dall’Arpa Puglia:
in
caso di non applicazione
delle
prescrizioni sarebbero a rischio
cancro
25 mila persone,
che
in caso di piena applicazione
si
ridurrebbe solo del 50%.
“Assistiamo
a un’operazione
mediatica
basata sul nulla perché
il
decreto di Renzi non stanzia
neppure
un euro – spiega
Alessandro
Marescotti di Pacelink
– Quel
testo specifica anzi
molto
bene che dalla sua attuazione
‘non
devono derivare
nuovi
o maggiori oneri a carico
della
finanza pubblica’”.
il fatto quotidiano 8 gennaio 2014
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