lunedì 17 marzo 2014

Tsipras e i Verdi contro tutti Solo le larghe intese salveranno l’eurocrazia

José Bové candidato dei Verdi europei alla commissione europea. Uno che difende l'agricoltura e ha una visione sociale dell'ecologia (non come la maggiorparte dei nostri "verdi"). Sto contattandolo per un appoggio al movimento no biogas no biomasse. In Francia le biogas sono ancora pochissime e le biomasse si limitano ad alcune grosse (e contestate) centrali. Non credo possa venire ad Assisi perché la settimana dopo si vota per le Europee. Però un messaggio al nostro convegno spero di poterlo avere da lui. https://www.facebook.com/groups/319178578189413/586994871407781/?notif_t=group_activity

questo invece da il fatto quotidiano del 17 marzo 2014 UNA GUIDA PER TRE
A 10 settimane dalle elezioni, tutte
le maggiori famiglie politiche europee
hanno ormai scelto il loro candidato
alla presidenza della Commissione:
popolari, socialisti, liberali
e sinistra puntano secco sui
propri campioni. I verdi vanno
avanti con una coppia uomo/donna.
I conservatori non avranno un
candidato; e neppure gli euro-scettici.
Nessun italiano in lizza, ma la
presenza di Mario Draghi alla presidenza
della Banca Centrale Europea
affossa a priori ogni ipotesi di
candidatura italiana.
di Giampiero Gramaglia
Che ci provi Matteo Renzi, se ci riesce,
a rottamare l’eurocrazia ‘eccellente’,
che schiera i suoi campioni ai nastri
di partenza dell’inedita corsa alla
presidenza della Commissione europea: hanno
suppergiù 60 anni, ma sono lì da una vita e
gliene daresti molti di più. Tanto per predicare
bene e razzolare male, Renzi s’è subito schierato
dietro un monumento della liturgia politica
europea: Martin Schulz, vent’anni di
Parlamento europeo alle spalle e l’ambizione
di farne cinque, se non dieci, alla presidenza
dell’Esecutivo comunitario.
I PARTITI EUROPEI hanno calato un pokerissimo
di uomini - che siano assi, non pare;
magari fanti - e si tengono la donna nella manica.
Tsipras e verdi a parte, destinati al ruolo
di ‘guastatori’, manca però un nome che sia
garanzia di svolta economica e di rilancio politico
dell’integrazione europea. L’eurocrazia,
sentendosi minacciata dall’euro-scetticismo,
s’abbarbica al potere ed è pronta a giocare a
Strasburgo - ancora?, una persecuzione! - le
grandi intese.
A 10 settimane dalle elezioni europee, tutte le
maggiori famiglie politiche europee hanno ormai
scelto il loro candidato alla presidenza
della Commissione europea: popolari, socialisti,
liberali e sinistra puntano secco su un
campione; i verdi vanno avanti con una coppia
uomo/donna. I conservatori non avranno un
candidato; e neppure gli euro-scettici. Nessun
italiano in lizza, ma la presenza di Mario Draghi
alla presidenza della Banca centrale europea
affossa a priori ogni ipotesi di candidatura
italiana.
La possibilità di esprimere una preferenza sul
prossimo presidente dell’Esecutivo è la grande
novità delle elezioni europee del prossimo
maggio, anche se l’opzione espressa dai cittadini
europei non sarà vincolante per i capi di
Stato e di governo dei 28, che si riuniranno a
Bruxelles la sera del 27 maggio - 48 ore dopo la
chiusura delle urne - per valutare l’esito del
voto ed eventualmente trarne le conseguenze.
La designazione del presidente della Commissione
spetta al Consiglio europeo, la cui scelta
deve poi essere confermata dall’investitura del
Parlamento europeo, che non si pronuncerà
prima di settembre
A parte il greco Alexis Tsipras,
leader di Syriza, che potrebbe
uscire dalle europee
come prima forza politica
greca, e i volti verdi – un maturo
agricoltore francese anti-
globalizzazione, José Bové,
61 anni, sulla breccia dai moti
di Montreal, e una fresca ecologista
tedesca, Ska Keller, la
più giovane del lotto con i
suoi 33 anni – le famiglie politiche
europee tradizionali
non hanno puntato su figure
emergenti: l’ex premier lussemburghese
e presidente
dell’Eurogruppo Jean-Claude
Juncker, popolare; l’attuale
presidente del Parlamento
europeo, il tedesco Martin
Schulz, socialista; e l’ex premier
belga Guy Verhiofstadt,
liberale. Tutti vengono da
Paesi fondatori della Cee e
protagonisti fin dall’inizio
dell’integrazione europea.
La novità del lotto è Tsipras: può ottenere
un’affermazione personale, pure in Italia, nonostante
la litigiosità della lista che lo sostiene,
ma non ha possibilità di spuntarla per la presidenza
della Commissione. Ateniese, 40 anni,
è stato giovane comunista e poi radicale di
sinistra: è la connotazione del partito che guida,
Syriza, euro-critico, ma non euro-scettico,
quasi il 27% dei voti alle ultime politiche, probabilmente
di più alle prossime europee.
La partita vera si gioca tra Junker, Schulz e
Verhostadt, senza escludere che possa, alla fine,
saltare fuori un outsider. I tre battistrada
sono tutti intorno ai sessant’anni (rispettivamente,
60, 59 e 61 anni –e il più anziano pare il
più giovane-) e sono tutti da tanto tempo sulla
scena politica europea da essere considerati dei
veterani e, per quanto riguarda Juncker, addirittura
un sopravvissuto –è un doppio ex: ex
premier lussemburghese, con un’anzianità di
servizio da fare invidia a Helmut Kohl (dal
1995 al 2013), ed ex presidente dell’Eurogrup -
po-.
Dopo l’estromissione dalla guida dell’Euro -
gruppo, un suo feudo dalla sua creazione nel
2005, e dopo la crisi politica granducale, che gli
è costata il posto da premier, anche se il suo
partito ha rivinto le elezioni, Juncker pareva
fuori gioco. Il campo dei popolari, inizialmente
ingombro di candidati, s’è però ridotto, alla
fine, a un duello tra lui e il commissario ed ex
ministro francese Michel Barnier. L’ha spuntata
Junker, forte dell’appoggio della Cdu tedesca,
di cui parla la stessa lingua, in politica, in
economia, nel sociale.
L’AVVERSARIO PIÙ pericoloso è Schulz, nato
a Hehlrath. Socialdemocratico da sempre, tedesco,
sindaco a 31 anni nella Renania settentrionale
Vestfalia, è deputato a Strasburgo
dal 1994: nel 2000, è presidente della delegazione
dei socialdemocratici tedeschi; quattro
anni dopo guida il gruppo socialista; nel
gennaio 2012 diviene presidente dell’Assem -
blea. In Italia, fino a qualche tempo fa, era noto
soprattutto perché Silvio Berlusconi, infastidito
dalle sue critiche, gli diede del kapò in
aula.
Verhofstad, fiammingo di Gand, ha una carriera
politica essenzialmente nazionale, riuscendo
lui, liberale- a diventare premier del
Paese. In Europa, Verhofstadt c’è dal 2009,
europarlamentare e presidente del gruppo politico
Alde.
Dei tre, Verhofstadt è l’unico federalista,
Schulz sarebbe forse garante di una nuova alleanza
tra Commissione e Parlamento, Juncker
appare un uomo del Consiglio, avendone
fatto parte ininterrottamente per un quarto di
secolo. Dal punto di vista della nazionalità, la
Germania non ha più avuto un presidente dell’Esecutivo
dopo il primo, che fu Walter Hallstein
è passato oltre mezzo secolo-; il Belgio
non l’ha più avuto da Jean Rey, il successore di
Hallstein; invece, il Lussemburgo ne ha già
avuti due, Gaston Thorn, liberale, e Jacques
Santer, popolare. Entrambi, un disastro:
Thorn non fu confermato, dopo un quadriennio
paralizzato dal ‘problema britannico’; Santer
dovette addirittura lasciare in anticipo, travolto
dagli scandali del suo Esecutivo.
Dal punto di vista politico, può suscitare qualche
curiosità il ‘conflitto d’interessi’ della cancelliera
tedesca Angela Merkel: come popolare,
sostiene Juncker, che è abbastanza tedesco
del suo; come tedesca, non dovrebbe essere
troppo ostile a Schulz, tanto più che i socialdemocratici
sono suoi alleati nell’attuale coalizione.
Certo, il garbuglio sarebbe stato maggiore
se il Ppe avesse puntato sul francese Michel
Barnier: il presidente François Hollande e
la cancelliera Merkel si sarebbero trovati a sostenere
candidati incrocia

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