José Bové candidato dei Verdi europei alla commissione europea. Uno che difende l'agricoltura e ha una visione sociale dell'ecologia (non come la maggiorparte dei nostri "verdi"). Sto contattandolo per un appoggio al movimento no biogas no biomasse. In Francia le biogas sono ancora pochissime e le biomasse si limitano ad alcune grosse (e contestate) centrali. Non credo possa venire ad Assisi perché la settimana dopo si vota per le Europee. Però un messaggio al nostro convegno spero di poterlo avere da lui. https://www.facebook.com/groups/319178578189413/586994871407781/?notif_t=group_activity
questo invece da il fatto quotidiano del 17 marzo 2014 UNA
GUIDA PER TRE
A
10 settimane dalle elezioni, tutte
le
maggiori famiglie politiche europee
hanno
ormai scelto il loro candidato
alla
presidenza della Commissione:
popolari,
socialisti, liberali
e
sinistra puntano secco sui
propri
campioni. I verdi vanno
avanti
con una coppia uomo/donna.
I
conservatori non avranno un
candidato;
e neppure gli euro-scettici.
Nessun
italiano in lizza, ma la
presenza
di Mario Draghi alla presidenza
della
Banca Centrale Europea
affossa
a priori ogni ipotesi di
candidatura
italiana.
di
Giampiero
Gramaglia
Che
ci provi Matteo Renzi, se ci riesce,
a
rottamare l’eurocrazia ‘eccellente’,
che
schiera i suoi campioni ai nastri
di
partenza dell’inedita corsa alla
presidenza
della Commissione europea: hanno
suppergiù
60 anni, ma sono lì da una vita e
gliene
daresti molti di più. Tanto per predicare
bene e
razzolare male, Renzi s’è subito schierato
dietro
un monumento della liturgia politica
europea:
Martin Schulz, vent’anni di
Parlamento
europeo alle spalle e l’ambizione
di
farne cinque, se non dieci, alla presidenza
dell’Esecutivo
comunitario.
I
PARTITI EUROPEI hanno
calato un pokerissimo
di
uomini - che siano assi, non pare;
magari
fanti - e si tengono la donna nella manica.
Tsipras
e verdi a parte, destinati al ruolo
di
‘guastatori’, manca però un nome che sia
garanzia
di svolta economica e di rilancio politico
dell’integrazione
europea. L’eurocrazia,
sentendosi
minacciata dall’euro-scetticismo,
s’abbarbica
al potere ed è pronta a giocare a
Strasburgo
- ancora?, una persecuzione! - le
grandi
intese.
A 10
settimane dalle elezioni europee, tutte le
maggiori
famiglie politiche europee hanno ormai
scelto
il loro candidato alla presidenza
della
Commissione europea: popolari, socialisti,
liberali
e sinistra puntano secco su un
campione;
i verdi vanno avanti con una coppia
uomo/donna.
I conservatori non avranno un
candidato;
e neppure gli euro-scettici. Nessun
italiano
in lizza, ma la presenza di Mario Draghi
alla
presidenza della Banca centrale europea
affossa
a priori ogni ipotesi di candidatura
italiana.
La
possibilità di esprimere una preferenza sul
prossimo
presidente dell’Esecutivo è la grande
novità
delle elezioni europee del prossimo
maggio,
anche se l’opzione espressa dai cittadini
europei
non sarà vincolante per i capi di
Stato
e di governo dei 28, che si riuniranno a
Bruxelles
la sera del 27 maggio - 48 ore dopo la
chiusura
delle urne - per valutare l’esito del
voto
ed eventualmente trarne le conseguenze.
La
designazione del presidente della Commissione
spetta
al Consiglio europeo, la cui scelta
deve
poi essere confermata dall’investitura del
Parlamento
europeo, che non si pronuncerà
prima
di settembre
A
parte il greco Alexis Tsipras,
leader
di Syriza, che potrebbe
uscire
dalle europee
come
prima forza politica
greca,
e i volti verdi – un maturo
agricoltore
francese anti-
globalizzazione,
José Bové,
61
anni, sulla breccia dai moti
di
Montreal, e una fresca ecologista
tedesca,
Ska Keller, la
più
giovane del lotto con i
suoi
33 anni – le famiglie politiche
europee
tradizionali
non
hanno puntato su figure
emergenti:
l’ex premier lussemburghese
e
presidente
dell’Eurogruppo
Jean-Claude
Juncker,
popolare; l’attuale
presidente
del Parlamento
europeo,
il tedesco Martin
Schulz,
socialista; e l’ex premier
belga
Guy Verhiofstadt,
liberale.
Tutti vengono da
Paesi
fondatori della Cee e
protagonisti
fin dall’inizio
dell’integrazione
europea.
La
novità del lotto è Tsipras: può ottenere
un’affermazione
personale, pure in Italia, nonostante
la
litigiosità della lista che lo sostiene,
ma non
ha possibilità di spuntarla per la presidenza
della
Commissione. Ateniese, 40 anni,
è
stato giovane comunista e poi radicale di
sinistra:
è la connotazione del partito che guida,
Syriza,
euro-critico, ma non euro-scettico,
quasi
il 27% dei voti alle ultime politiche, probabilmente
di più
alle prossime europee.
La
partita vera si gioca tra Junker, Schulz e
Verhostadt,
senza escludere che possa, alla fine,
saltare
fuori un outsider. I tre battistrada
sono
tutti intorno ai sessant’anni (rispettivamente,
60, 59
e 61 anni –e il più anziano pare il
più
giovane-) e sono tutti da tanto tempo sulla
scena
politica europea da essere considerati dei
veterani
e, per quanto riguarda Juncker, addirittura
un
sopravvissuto –è un doppio ex: ex
premier
lussemburghese, con un’anzianità di
servizio
da fare invidia a Helmut Kohl (dal
1995
al 2013), ed ex presidente dell’Eurogrup -
po-.
Dopo
l’estromissione dalla guida dell’Euro -
gruppo,
un suo feudo dalla sua creazione nel
2005,
e dopo la crisi politica granducale, che gli
è
costata il posto da premier, anche se il suo
partito
ha rivinto le elezioni, Juncker pareva
fuori
gioco. Il campo dei popolari, inizialmente
ingombro
di candidati, s’è però ridotto, alla
fine,
a un duello tra lui e il commissario ed ex
ministro
francese Michel Barnier. L’ha spuntata
Junker,
forte dell’appoggio della Cdu tedesca,
di cui
parla la stessa lingua, in politica, in
economia,
nel sociale.
L’AVVERSARIO
PIÙ pericoloso è
Schulz, nato
a
Hehlrath. Socialdemocratico da sempre, tedesco,
sindaco
a 31 anni nella Renania settentrionale
– Vestfalia,
è deputato a Strasburgo
dal
1994: nel 2000, è presidente della delegazione
dei
socialdemocratici tedeschi; quattro
anni
dopo guida il gruppo socialista; nel
gennaio
2012 diviene presidente dell’Assem -
blea.
In Italia, fino a qualche tempo fa, era noto
soprattutto
perché Silvio Berlusconi, infastidito
dalle
sue critiche, gli diede del kapò in
aula.
Verhofstad,
fiammingo di Gand, ha una carriera
politica
essenzialmente nazionale, riuscendo
–lui,
liberale- a diventare premier del
Paese.
In Europa, Verhofstadt c’è dal 2009,
europarlamentare
e presidente del gruppo politico
Alde.
Dei
tre, Verhofstadt è l’unico federalista,
Schulz
sarebbe forse garante di una nuova alleanza
tra
Commissione e Parlamento, Juncker
appare
un uomo del Consiglio, avendone
fatto
parte ininterrottamente per un quarto di
secolo.
Dal punto di vista della nazionalità, la
Germania
non ha più avuto un presidente dell’Esecutivo
dopo
il primo, che fu Walter Hallstein
–è
passato oltre mezzo secolo-; il Belgio
non
l’ha più avuto da Jean Rey, il successore di
Hallstein;
invece, il Lussemburgo ne ha già
avuti
due, Gaston Thorn, liberale, e Jacques
Santer,
popolare. Entrambi, un disastro:
Thorn
non fu confermato, dopo un quadriennio
paralizzato
dal ‘problema britannico’; Santer
dovette
addirittura lasciare in anticipo, travolto
dagli
scandali del suo Esecutivo.
Dal
punto di vista politico, può suscitare qualche
curiosità
il ‘conflitto d’interessi’ della cancelliera
tedesca
Angela Merkel: come popolare,
sostiene
Juncker, che è abbastanza tedesco
del
suo; come tedesca, non dovrebbe essere
troppo
ostile a Schulz, tanto più che i socialdemocratici
sono
suoi alleati nell’attuale coalizione.
Certo,
il garbuglio sarebbe stato maggiore
se il
Ppe avesse puntato sul francese Michel
Barnier:
il presidente François Hollande e
la
cancelliera Merkel si sarebbero trovati a sostenere
candidati
incrocia
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